PERCHE’

Perché è necessaria la consapevolezza?

Perché l’inconsapevolezza porta allo scontro, laddove la consapevolezza crea l’incontro, l’intimità, l’amore. Perché l’arte di amare e di star meglio con se stessi poggia e fiorisce sull’arte della consapevolezza.

Consapevolezza è stata finora solo una parola (tranne nella cultura buddhista) e non è ancora un valore che governi il processo di crescita di ognuno di noi. E così, senza consapevolezza di quel che scatta nelle proprie dinamiche emozionali, scivoliamo troppo spesso nei comportamenti infantili di reazione a tutto quel che non ci piace o ci ferisce. Attacchiamo, fuggiamo, evitiamo, ci chiudiamo orgogliosamente ottenendo effetti contrari a quelli che desideriamo. E così finiamo per coltivare separazione e malessere invece che intimità e benessere sull’onda delle nostre pretese, aspettative ritrovandoci nella sofferenza da cui vorremmo uscire.

Infatti quando non riceviamo quel che desideriamo, ci aspettiamo o addirittura pretendiamo oppure c’è qualcosa che ci ferisce o ci fa sentire in pericolo, reagiamo automaticamente, in men che non si dica, sulla base di stimoli arcaici, non dissimili da quelli degli animali: attacchiamo oppure fuggiamo oppure ci inibiamo/chiudiamo isolandoci. Ed è il primo passo per aggravare quel malessere o fastidio emotivo che ha scatenato la reazione. Infatti la reazione crea distanza e allontana ancora di più la possibilità di ricevere quel che desideravamo e coltivare l’amore attraverso l’intimità. L’altro, gli altri non diventano certo più bendisposti nei nostri confronti a fronte della nostra reazione. Provate ad immaginare come vi sentireste nei confronti di chi vi aggredisce o se ne va, magari sbattendo la porta, o interrompe il contatto, la comunicazione e si isola perché non gli avete dato quel che si aspettava e forse pretendeva da voi.

Se proviamo a scavare per vedere cosa c’è sotto la reazione possiamo trovare aspettative o pretese non soddisfatte, ovvero il desiderio di controllare le situazioni, la vita perché rispondano come piacerebbe a noi. E, in men che non si dica diventa lotta per il potere e discussione che lascia, per un verso o per l’altro, tutti perdenti perché distrugge qualsiasi tipo di armonia e intimità. È anche possibile che qualcuno neghi di avere aspettative o pretese, ma vuol solo dire che “vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione di non aver bisogno di niente da nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva o di chiara violenza” (Krishnananda, “A tu per tu con la paura”; Urra, MI, 1997, p.50).

E così, senza consapevolezza, succede che ci arrabbiamo, colpevolizziamo, manipoliamo, ricattiamo, giudichiamo, offendiamo, critichiamo, svalutiamo, inganniamo, mendichiamo, ci rassegniamo, facciamo i superiori o finta di niente e così via, con la convinzione di poter influenzare l’altra persona e modificare il suo comportamento in modo che sia più soddisfacente per noi. Ma senza accorgercene ci avviamo su una dolorosa spirale in discesa verso conflitti e allontanamento fino alla disperazione e separazione.

E l’esperienza sembra non insegnare nulla perché si continua a credere che, se non è andata bene, il problema sta nell’altro e andrà meglio in una nuova, prossima occasione o relazione. Il che significa solo coltivare il proprio malessere.

Finché c’è inconsapevolezza è difficile evitare di entrare in reazione, anche perché questa è sostenuta dal nostro Giudice interiore che con tutte le sue convinzioni, che assume come ‘verità’, ritiene ‘giusto’ reagire per proteggerci e opporsi a quel che, a suo parere, non va bene, non è ‘come dovrebbe essere’. Ed è scontro laddove si inneggia al dialogo, all’incontro. Peraltro e vedi caso, quel ‘come dovrebbe essere’ corrisponde a quel che va bene per se stessi, al proprio egocentrismo, di cui quasi sempre si accusa l’altro, ben rappresentato da Oscar Wilde in un suo aforisma “l’egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi”. Ovvero e quasi sempre, si accusa l’altro di essere egoista solo perché non rispetta il nostro egoismo.

Dunque e per concludere, senza consapevolezza è difficile saper amare, uscire dalla ripetizione continua di innamoramenti e separazioni e dall’aspettativa di veder finalmente comparire il ‘principe’ o la ‘principessa’ con cui essere finalmente ‘felici’. Senza consapevolezza, ancora, è difficile dipanare il bandolo del nostro malessere per “tornare a riveder le stelle”, senza contare che spesso, senza consapevolezza, amplifichiamo la nostra sofferenza con il ‘rimuginio’ di pensieri negativi da cui ci lasciamo prendere.