LA CRISI DEI TEMPI MODERNI

La necessità di consapevolezza non è solo un fatto individuale e privato, ma dovrebbe essere anche un elemento della socio-cultura, un fatto pubblico. C’è forse da cambiare paradigma culturale: non più la forza, la conquista, l’espansione, il superamento dei limiti, l’immagine etc. ma la consapevolezza. Perché, come ha detto qualcuno “sono convinta che la continuità di una specie non sia assicurata dalla sopravvivenza dei più forti, ma dalla sopravvivenza dei consapevoli”[1].

Viviamo immersi nella cultura del narcisismo in cui un ego dilatato è strenuamente proteso al successo rapido, coltiva l’immagine, venera l’apparenza, la visibilità e, con la bramosia di avvicinarsi all’onnipotenza, innalza torri sempre più alte che richiamano in prospettiva la leggenda e l’esito della Torre di Babele: il caos, l’ingovernabilità. E, al di là di tali prevedibili rischi sociali, la cultura del narcisismo lascia gli individui, a livello profondo, con un senso di vuoto, incertezza, insoddisfazione cronica, latente depressione. Poiché tuttavia nella realtà niente è del tutto negativo o positivo, ma ogni cosa ha i suoi pro e suoi contro, va pure rilevato che questa cultura ha prodotto sviluppo scientifico e tecnologico come mai prima. Basti pensare all’allungamento della vita media, come indice globale. La sintesi di mercato – in cui si valutano costi e ricavi, pro e contro – di una tale cultura è che ci si può stare bene (ricavo) ma ci si accolla un sentirsi male (costo). Ci può essere uno star bene materiale (fisico, professionale, economico) ma un sentirsi male psicologico (emotivo, relazionale, affettivo).

E se ci sono pro e contro, costi e ricavi è inevitabile che il mercato offra culture alternative con i loro diversi ricavi e costi, pro e contro.

Ci sono così le culture dei dogmi, delle verità rivelate o esoteriche che vogliono far concorrenza alla cultura del narcisismo sul suo lato debole del sentirsi male e offrono alternative meglio rispondenti a tale aspetto, cercando contemporaneamente di ridimensionare i proclami miracolistici dello star bene materiale, scientifico e tecnologico della cultura concorrente.

Ci sono poi le culture della ribellione, della rivoluzione, sempre in lotta con i cattivi del mondo, che vorrebbero offrire quel che il mercato non permette: solo il bene senza il male, solo ricavi senza costi. Tali culture aggregano poi e ricevono come affluenti gli emarginati, gli esclusi dallo star bene materiale della cultura del narcisismo.

In questo panorama il dialogo potrebbe permettere mediazioni e ricerche verso nuove alternative, ma quando il sentirsi male cresce troppo, magari esasperato da un incipiente star male per la scarsa crescita economica, e lo scollamento tra politica e cittadinanza diventa abissale è inevitabile lo scontro. E diventa quasi un ossimoro parlare di ‘scontro di civiltà’ perché se per civiltà si deve intendere un buon livello di maturità e saggezza si può immaginare che tali civiltà non si scontrerebbero, ma dialogherebbero. E infatti si inneggia al ‘dialogo’ che rimane, però, solo una parola, solo un’aspirazione perché non può iniziare se prima non c’è consapevolezza. È solo la consapevolezza che può permettere il dialogo ed evitare lo scontro, così come non ci sono mai state guerre in nome della scienza. Perché la consapevolezza, come la scienza, rimette continuamente in discussione la sue ‘verità’ e rimane aperta alle verifiche.

C’è dunque qualcosa che non funziona in tutto questo e sembra non esserci via di uscita per evitare lo scontro, il caos, l’ingovernabilità e il generalizzato malessere individuale prossimi venturi. Paura e depressione allargano la presa su masse sempre più vaste (l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che la depressione sarà la seconda causa di malattia nel 2020).

Si tratta allora di trovare il bandolo della matassa per iniziare a tessere una nuova trama più consonante con la vita, con il processo vitale. Mi viene da pensare ad un nuovo prossimo venturo Illuminismo, non più alla luce della sola Ragione, che ha fatto lo sviluppo scientifico e tecnologico dello stare bene materiale, ma alla luce della Consapevolezza per portare in conto anche l’elemento umano con le sue problematiche, perché lo sviluppo sia anche Progresso – nei suoi aspetti di cultura, relazioni sociali, modi di vita e consapevolezza – che consenta un sentirsi bene o perlomeno meglio. Perché, per dirla con il filosofo Husserl, che già pose il problema ai primi del novecento, “Possiamo accontentarci di ciò, possiamo vivere in questo mondo in cui il divenire storico non è altro che una catena incessante di slanci illusori e di amare delusioni?”, oltre che di guerre e scontri, aggiungerei.

[1] Thubten Chodron: “Lavorare sulla rabbia”; Ubaldini; Roma, 2002 (p.9).