IL PROCESSO

Qual’è, in sintesi, il processo che conduce alla consapevolezza?

Per grosse linee si può ricondurre il processo – meglio descritto, esplorato ed esemplificato nel libro – ai seguenti passi:

  • accorgersi di tutti i condizionamenti provenienti da credenze, convinzioni, valori, atteggiamenti, pre-giudizi, modelli, ideali e così via che ci portiamo dentro come se fossero ‘verità’ che definiscono il ‘come dovrebbe essere’ e che, nonostante la nostra certezza di esserceli creati in autonomia e con intelligenza, sono in realtà la sedimentazione, l’accumulo, la metabolizzazione di quello che genitori, insegnanti, figure autorevoli, sacerdoti etc. ci hanno trasmesso e che le nostre esperienze hanno forse modestamente modificato;
  • imparare a riconoscere ed accorgersi del nostro entrare in reazione (vedi “perché”);
  • saper mettere a lato aspettative e pretese che l’altro, la vita ci dia quel che piace a noi;
  • liberarsi dalle nevrosi che usiamo per distrarci e non sentire il malessere interiore che continua a rimanere nel sottofondo ed uscire alla prima occasione di solitudine o frustrazione;
  • saper gestire i meccanismi di difesa che abbiamo appreso, fin dall’infanzia, per riuscire a sopravvivere e che se ci sono stati utili ‘allora’ sono ‘ora’ di ostacolo alla creazione e mantenimento di relazioni soddisfacenti;
  • uscire dal sogno del ‘principe azzurro’ e cioè che la felicità ci arriverà dall’esterno, per il solo fatto di incontrare finalmente la persona o la situazione ‘giusta’ per noi;
  • smettere di voler cambiare l’altro, le situazioni perché siano come piace a noi;
  • stare molto più attenti ed a contatto con il dentro di noi che con il fuori, capaci di percepire i moti dell’animo più profondi ‘puliti’, senza distorsioni o coperture da parte di nevrosi e meccanismi di difesa che fanno barriere o inibizioni;
  • riuscire a fare distacco rispetto alle emozioni e disagi senza esserne travolti, essere un tutt’uno con essi, identificandosi con quegli stati ‘negativi’;
  • riuscire a difendere i nostri spazi e momenti di benessere da invasioni e mancanza di rispetto esprimendo con decisione e fermezza il nostro NO;
  • imparare a fare ‘comunicazione’ che permette l’incontro e l’intimità invece di farsi catturare dalla ‘discussione’ che fa lo scontro e l’allontanamento;
  • arrivare ad accettare e saper convivere con quella parte di sofferenza fatta di solitudine e senso di precarietà che, come affermava Buddha, contempla la malattia, la vecchiaia, la morte come inevitabili, senza esserne tuttavia angosciati. L’essere soli e con la paura è la realtà esistenziale di fondo con cui in un qualche modo dobbiamo convivere facendo però attenzione a non amplificare il malessere che incontriamo con pensieri negativi. Come dice il Dalai Lama: “credo che il nostro modo di percepire l’intera vita incida sul nostro atteggiamento verso il dolore. Se per esempio la nostra visione generale è che la sofferenza sia negativa e vada evitata a ogni costo, che sia insomma indice di fallimento, aggiungeremo una netta componente psicologica d’ansia e intolleranza alla nostra reazione quando ci imbatteremo in circostanze difficili: avremo la sensazione di essere sopraffatti. Se invece la nostra visione generale è che il dolore vada accettato in quanto parte naturale dell’esistenza, saremo senza dubbio più tolleranti verso le avversità. Senza un certo grado di tolleranza della sofferenza, saremo sempre infelici: sarà come vivere una notte d’incubi, una notte eterna che non finisce mai” (“L’arte della felicità” con H.C. Cutler; Mondadori, Mi, 2001, p.126). Con effetti negativi anche sulle nostre relazioni perché “se pensiamo che il dolore sia innaturale, che sia ingiusto provarlo, è facile finire per imputarne la responsabilità agli altri. Se sono infelice, evidentemente sono la ‘vittima’ di qualcuno o qualcosa: è un’idea, questa, fin troppo diffusa in Occidente…. È anche possibile che diamo la colpa a noi stessi: c’è qualcosa che non va in me…Ma la mania di attribuire colpe e la tendenza ad avere sempre un atteggiamento vittimistico rischia di perpetuare la sofferenza, perché produce rabbia, frustrazione e risentimento continui” (id; p.131, 132);
  • alla fine del processo si può arrivare a recuperare un senso di libertà interiore, che è quel che più conta, con quell’energia vitale, spontanea, giocosa ed autentica (che era rimasta imprigionata nei conflitti interni, nelle nevrosi, nei meccanismi di difesa etc.) che possiamo notare nel bambino piccolo, innocente. Perchè, come riporta Krishnananda (“A tu per tu con la paura”; Urra; Mi,1997): “la ricerca del paradiso è la ricerca del ritorno alla tua infanzia. Naturalmente il tuo corpo non sarà più quello di un bambino, ma la tua coscienza può essere pura come la coscienza di quel bambino. Il segreto del percorso mistico è tutto qui: renderti di nuovo un bambino, innocente, non inquinato da alcuna conoscenza, privo di qualsiasi sapere, eppure consapevole di tutto ciò che ti circonda, con una profonda meraviglia e un senso di mistero che non può essere demistificato” (Osho – Satyam, Shivam, Sunderam) [1].

[1] Carl Rogers conferma: “ho riscontrato che il funzionamento della persona psicologicamente matura è simile per molti aspetti a quello del bambino…e che la persona matura, come il bambino, crede nella saggezza dell’organismo e la usa, con la differenza che è in grado di farlo coscientemente” (“Potere personale”; Astrolabio, Roma, 1978, p.218). Lo stesso afferma Fromm: “Dobbiamo tornare fanciulli…, ma nel tornare fanciulli noi siamo, allo stesso tempo, non fanciulli, ma adulti pienamente sviluppati… cresciuti fino a farsi fanciulli” (“L’arte di amare”; Mondadori; Milano, 1963, p. 136). E Gesù non diceva che per poter entrare nel regno dei cieli è indispensabile essere come bambini?