COS’E’

Cos’è la consapevolezza?

Per me consapevolezza è una qualità che si conquista mentre si viaggia dentro se stessi esplorando i propri moti dell’animo e il malessere che spesso ci inducono a reagire ottenendo effetti contrari a quelli desiderati. Consapevolezza è rendersi conto di quali meccanismi, pensieri, automatismi, condizionamenti, conflitti fanno il minestrone del proprio sentire emozionale per riuscire a gestire e recuperare l’armonia tra pensiero, corpo ed ambiente (gli altri) con un senso di libertà interiore.

Talvolta ci ritroviamo senza sforzo con queste sensazioni piacevoli di armonia e libertà per condizioni interne ed esterne favorevoli. Al di là dei momenti di innamoramento, ad esempio, sarà capitato a molti, come a me, di provare, dopo la guarigione da una febbre che ha lasciato spossati, la semplice gioia di esistere, fatta di nulla, solo del sentire il corpo nel benessere, il respiro che riempie i polmoni, del vedere un raggio di sole tra le foglie di un albero, dei pensieri che sono leggeri, quasi senza contenuto o con solo delle fantasie… Piccole cose che a me danno il senso ed il piacere di esistere, della vita tranquilla e armoniosa. Posso sentire la consonanza con la vita.

E mi posso godere questo piacere di esistere anche se la realtà intorno a me non è cambiata, i problemi che la vita mi pone sono sempre lì, appena fuori della porta.

In termini pratici consapevolezza è allora la capacità di comprendere come salvaguardare questo piacere anche quando la vita, la realtà ci riassorbe e ci mette di fronte a problemi, frustrazioni, stress, pressioni a fare o a “dover essere”. Perché si può evitare di entrare nelle nevrosi o nel malessere fatto di paure, vergogne, dolore, rabbia, rassegnazione, depressione e così via. Consapevolezza diventa così il riuscire a tenere ben saldo il timone, quando ci veniamo a trovare tra le onde del malessere che si agitano al proprio interno, e mantenere la rotta utile a “tornare a riveder le stelle”.

In altre parole, Consapevolezza è la capacità di osservare con distacco il processo emozionale nelle sue componenti e relazioni tra esse; di trovare i nessi tra presente e passato, tra quel che si sente ora e la propria storia; di valutare l’influenza di tutto ciò sul proprio comportamento e di questo sugli altri con cui si è in relazione.

Provo a dare una prima definizione succinta di consapevolezza che ho messo insieme esplorando nella letteratura psicologica: è “come un’illuminazione di ciò che avviene all’interno dell’individuo” (C. Rogers; “Potere personale”, p.219) che ha la capacità di non frapporre “barriere, né inibizioni che impediscano l’esperienza piena di qualsiasi cosa sia presente nell’organismo” (id., p.216) e, soprattutto, di creare distacco, aggiungo.

La ricerca e il laborioso Lavoro di sviluppo della consapevolezza sta nel riuscire ad osservare e sciogliere quelle barriere, inibizioni, difese. Ciò permette anzitutto di non scivolare nelle reazioni automatiche (condivise con la specie animale) di attacco o fuga o chiusura/inibizione, che non fanno che peggiorare la situazione sia a livello individuale che relazionale. A seguire ed importante, sta lo sviluppo della capacità di fare distacco, cioè il non restare travolti da emozioni o pensieri destabilizzanti e sentirsi un tutt’uno con essi, ovvero identificati con tali stati, ma riuscire ad osservarli da una certa distanza, ovvero disidentificati. Una distanza magari molto piccola all’inizio, ma via via sempre maggiore. Una distanza che, con la consapevolezza e capacità di gestione delle proprie dinamiche emozionali, permetta di ridurre le probabilità di malessere ed accrescere quelle di benessere nonché di costruire relazioni soddisfacenti perché caratterizzate da intimità.

Una tale definizione della Consapevolezza ne dà il senso di processo continuo e, con tale riferimento, si potrebbe parlare di una consapevolezza dinamica. Non si tratta solo, infatti, di essere consapevoli di questo o quello, in un determinato e contingente momento, ma di intendere la consapevolezza come paradigma, bussola che orienta e impegna il proprio sviluppo esistenziale, la propria crescita dallo stato infantile a quello Adulto sempre più consapevole, maturo, equilibrato.

Per quel che riguarda il modo di far consapevolezza credo sia necessaria una precisazione. Dopo uno scambio con mio nipote Simone, che rifiutava di continuare a sforzarsi di capire e voleva stare solo nel sentire, mi sono reso conto che la consapevolezza non appartiene né all’area del pensare, capire né a quella del sentire. Non è né di testa né di cuore. È una funzione e capacità altra che si alimenta sia e prima di tutto del sentire, sia del capire, e del capire ha più le caratteristiche dell’intuizione (insight) o “illuminazione”, come scrive Rogers, che del ragionare [1]. Mi viene l’idea di una nuova trinità: pensare, sentire, consapevolizzare. Ad esempio, mi ricordo di una volta, molto tempo fa, in cui, durante una meditazione attiva in cui stavo esprimendo liberamente quel che emergeva nel mio sentire, mi ascoltai dire “voglio morire”. Mi stupii molto di quelle parole, che mi erano venute fuori da sole, perché non esprimevano né un pensiero, né un sentire che mi erano familiari. Le presi come un insight su qualcosa che stava dentro di me e di cui non ero consapevole e su cui fare ricerca. Qualche anno dopo constatai quanto quel sentire appartenesse ad una parte di me, potrei dire al mio inconscio o alla mia Ombra, con cui, quando mi vennero quelle parole, non avevo contatti. È diventata consapevolezza, a partire da quella inaspettata espressione, che non faceva dunque parte né del capire, né del sentire.

Per aggiungere qualche cenno che possa essere utile a dare una prima e più immediata percezione riporto un passo che ho trovato ne “L’arte di amare” di Erich Fromm e che si avvicina in parte a quel che intendo per consapevolezza. Fromm descrive la necessità di “diventare sensibili con se stessi” con cui vuole intendere che “si è consci, per esempio, di un senso di stanchezza o depressione, ed invece di lasciarvisi andare, sopportandolo con pensieri deprimenti che sono sempre pronti, ci si chiede: ‘Che cosa è successo? Perché sono depresso? ’. Si fa lo stesso quando si nota se si è irritati o offesi, oppure se si ha la tendenza a sognare ad occhi aperti, o a indulgere ad altre attività di ‘evasione’. In ognuno di questi casi, la cosa più importante è rendersene conto, senza lasciarsi andare; inoltre ascoltare la nostra voce più intima, che ci dirà – spesso quasi immediatamente – perché siamo ansiosi, depressi, irritati. La persona media ha una certa sensibilità verso il proprio processo corporale: nota i cambiamenti o anche i minimi dolori; questo tipo di sensibilità fisica è relativamente comune…la stessa sensibilità verso un processo mentale è molto più difficile” (p. 136). Consapevolezza è questo, ma anche di più. Parafrasando Fromm mi viene da dire che la consapevolezza è un’arte ed è solo su di essa che può fiorire l’arte di amare.

Poiché non basta una definizione a percepire e conquistare un’arte, ho scritto il libro “Consapevolezza è Meglio”, con l’intento di fare divulgazione, alfabetizzazione su di essa con la speranza di poter aiutare qualcuno che, come me, cerca strumenti ed esperienze per crescere e star meglio con se stesso e con gli altri. Con la speranza che consapevolezza diventi un valore pregnante della cultura occidentale che credo ne abbia molto bisogno, in ragione della crisi che sta attraversando. Nelle culture attuali, infatti e tranne in quella Buddhista, consapevolezza è solo una parola, non è ancora un valore. Perché diventi un valore e venga interiorizzato e perseguito fino a diventare una nuova cultura per una migliore civiltà ci vorrà moltissimo tempo e il tempo stringe.

Quando non c’è consapevolezza pretendiamo e reagiamo, attaccando o fuggendo o chiudendoci, e inevitabilmente diventa scontro, esplicito o sotterraneo, con gli altri e con se stessi a livello di conflitto interno. Ed è scontro non soltanto a livello individuale tra partner, amici, colleghi etc. ma anche a livello sociale tra civiltà, religioni, etnie, genitori e figli e così via. Ognuna della parti in conflitto con la preliminare pretesa di essere nella ‘verità’ e volerla imporre all’altra con l’aspettativa e convinzione di soddisfare così i propri bisogni, ottenendo invece l’effetto contrario di aggravarli ed esasperare lo scontro. Si inneggia al ‘dialogo’ che rimane solo una parola, solo un’aspirazione perché non può iniziare se prima non c’è consapevolezza. È solo la consapevolezza che può permettere il dialogo, l’incontro ed evitare lo scontro, così come non ci sono mai state guerre in nome della scienza. Perchè la consapevolezza, come la scienza, rimette continuamente in discussione le sue acquisizioni.

Consapevolezza vuol dire accorgersi degli occhiali attraverso cui guardiamo e distorciamo i fatti, le situazioni e che, di conseguenza, condizionano i nostri comportamenti mentre restiamo convinti di essere obiettivi, liberi e competenti. Occhiali costituiti da credenze, convinzioni, valori, atteggiamenti che, nonostante la nostra convinzione di esserceli creati in autonomia e intelligenza, sono in realtà la sedimentazione, l’accumulo, la metabolizzazione di quello che genitori, insegnanti, figure autorevoli, sacerdoti etc. ci hanno trasmesso. Accorgersi, in sintesi, che siamo come dei robot che agiscono in base ai programmi che in essi sono stati installati e che sostanzialmente ci condizionano a comportamenti non molto dissimili da quelli dei bambini che siamo stati e che continuiamo ad essere.

Consapevolezza vuol dire mettersi in viaggio, alla ricerca del vero se stesso per diventare adulti maturi capaci di rimanere più saldi sulle proprie gambe, di gestire difficoltà, disagi e frustrazioni senza scadere nelle infantili lamentele o pretese od orgogliose chiusure. Adulti che si incontrano sui problemi per cercare soluzioni, sapendo che lo scontro rende tutti perdenti.

Prima di diventare un fatto sociale, una cultura, la consapevolezza deve passare attraverso un impegnativo lavoro individuale per imparare a gestire il proprio sentirsi bene riducendo le probabilità di malessere ed aumentando quelle di benessere. Guardando anzitutto all’interno, al proprio mondo interiore piuttosto che polarizzarsi su un esterno (l’altro, il sistema, l’ideologia, la religione, l’autorità qualunque essa sia) da cui ci si aspetta o si pretende di veder soddisfatti tutti i propri bisogni.

Con l’auspicio, infine, di veder fiorire un nuovo Illuminismo non più alla luce della sola Ragione, che ha fatto lo sviluppo scientifico e tecnologico dello stare bene materiale, ma alla luce della Consapevolezza per portare in conto anche l’elemento umano con le sue problematiche, perché lo sviluppo sia anche Progresso – nei suoi aspetti di cultura, relazioni sociali, modi di vita e consapevolezza – che consenta un sentirsi bene, o perlomeno meglio. Perché, per dirla con il filosofo Husserl, che già pose il problema ai primi del novecento, “Possiamo accontentarci di ciò, possiamo vivere in questo mondo in cui il divenire storico non è altro che una catena incessante di slanci illusori e di amare delusioni?”, oltre che di guerre e scontri, aggiungerei.

[1] Piuttosto che la parola ‘capire’ forse dovrei usare la parola ‘comprendere’. Quest’ultima nel suo dare il senso di ‘prendere dentro’ è più vicina al senso della consapevolezza. Ad esempio, capisco un teorema, ma comprendo il dolore del mio amico, il perché della mia ambivalenza.