VERSO L’INVOLUZIONE DELLA SPECIE

VERSO L’INVOLUZIONE DELLA SPECIE
  1. Per le tappe della evoluzione della Specie, mi rifaccio a Edgar Morin che inizia il suo libro “Le paradigme perdu: la nature humaine” con un elenco delle fasi evolutive della Vita nell’Universo e nel Pianeta Terra:
  • Universo                                      7 miliardi d’anni fa;
  • Terra                                            5 miliardi d’anni fa;
  • Vita                                              2 miliardi d’anni fa;
  • Vertebrati                                     600 milioni d’anni fa;
  • Rettili                                            300 milioni d’anni fa;
  • Mammiferi                                    300 milioni d’anni fa;
  • Antropoidi                                     200 milioni d’anni fa;
  • Ominidi                                         10 milioni d’anni fa;
  • Homo Sapiens                              100.000 – 50.000 anni fa;
  • Città, Stati                                     10.000 anni fa;
  • Filosofia (Scienza della Natura)     2.500 anni fa;
  • Scienze dell’uomo                          0

Una prima importante considerazione sta nel fatto che la Scienza della Natura ha 2.500 anni di vantaggio sulle Scienze umane che sono ancora ai primordi, all’anno zero. Ciò spiega come mai ci sia stato un enorme Sviluppo nelle condizioni di vita materiale dell’essere umano, ma scarso Progresso nella qualità delle relazioni, stili di vita, educazione emozionale e relazionale. Cioè è cresciuto lo “stare bene” materiale, ma non e di pari passo, il “sentirsi bene” psicologico, spirituale. Ovvero gli esseri umani conoscono molto poco della loro interiorità e dinamiche emozionali.

Schopenhauer e Freud, dopo di lui, sono stati i precursori dell’approfondimento di tali aspetti, rispettivamente nella prima e seconda metà dell’800. Il far Consapevolezza dentro se stessi osservando la propria interiorità per sbrogliare la matassa di mal-essere e dinamiche emozionali e recuperare ben-essere avrebbe bisogno di una larga diffusione, come è accaduto per la Scienza della Natura. Questo significherebbe, peraltro, crescere non soltanto anagraficamente, ma divenire dei reali Adulti centrati e radicati, ma è in piccolissima parte diffuso tra la popolazione, fino a far scrivere ad Alice Miller: “la maggior parte delle persone… vivono nella propria situazione infantile, irrisolta e rimossa[1]. Genitori e insegnanti non sono, pertanto, attrezzati per dare ai giovani un’educazione, cosa ben diversa dalla istruzione, emozionale e sentimentale che si prenda cura del loro cuore, della loro anima.

  1. Il prezioso contributo di Darwin sulla evoluzione della Specie per selezione naturale è a conoscenza di tutti. Mi vorrei qui soffermare sul fatto che Darwin ha portato in conto quelle che sono state le variazioni evolutive con riferimento alla struttura dell’essere umano fino alla nascita del pensiero, avvenuta 100.000-50.000 anni fa, in quello che è stato definito “homo sapiens”. Come si può ben immaginare l’inizio fu incerto e un po’ disordinato con gli esseri umani che si raccoglievano in piccoli gruppi dediti alla caccia e raccolta di vegetali commestibili. Successivamente l’evoluzione permise l’organizzazione in gruppi stanziali dediti all’agricoltura, alla pastorizia ed all’artigianato che furono le nuove importanti scoperte dell’essere umano e che avviarono anche le attività commerciali. Con la stanzialità nasce la proprietà e la necessità di ampliare le aree occupate per aumentare, di pari passo con la popolazione, la disponibilità di cibo. È facile immaginare che questo abbia portato a scontri tra gruppi diversi per contesa sul territorio occupato. È il momento dell’Orda selvaggia con lotte cruente tra i diversi gruppi. La mediazione culturale e la distribuzione del potere ad opera dei primitivi abbozzi di Religione e di Stato, intendendo per esso un minimo di organizzazione che assicurasse l’ordine sociale sulla base di bozze di Codici di comportamento che oggi chiamiamo Civile e Penale, ha ricondotto i tanti gruppi autonomi dispersi sul territorio, all’interno dei diversi Stati formatisi, in numero ridotto rispetto ai gruppi costituenti, con un territorio governato maggiore. Ciò non ha evitato, tuttavia, che le primitive lotte tribali tra le Orde selvagge, non divenissero, guerre tra gli Stati con gli stessi obiettivi di ampliamento dei territori governati per attingere a risorse più ricche. Tutto questo si protrae fin oltre il Medio Evo, nonostante la cosiddetta rivoluzione industriale che metteva a disposizione risorse suppletive con la scoperta di fonti energetiche inanimate, nella seconda metà del 700 (prima rivoluzione attraverso energia meccanica e macchine a vapore) ed 800 (seconda rivoluzione attraverso elettricità, prodotti chimici, petrolio) fino alla terza rivoluzione industriale a partire dagli anni ’70 con introduzione massiccia dell’elettronica, delle telecomunicazioni e dell’informatica nell’industria. E, nonostante questo, le guerre sono continuate e continuano per ambizioni di Potere, segno evidente della mancanza di Consapevolezza in popolazioni che si fanno trascinare dalla demagogia dei loro leader psicopatici. “Il Potere è una delle espressioni più forti dell’antiumanesimo”[2]. Si intende qui il Potere sugli altri e non con gli altri che fonda la cooperazione umanista.
  2. In quanto precede possiamo trovare una possibile chiave di quella che attualmente vedo come involuzione della Specie. Il destro me l’ha offerto Michele Serra che sulla rivista satirica “Il Male” che dirigeva negli anni 90, pubblicò una vignetta che mi è rimasta impressa per la sua veridicità e che recitava: “non ci sarà Democrazia finché votano i coglioni”. Questo mi ha mobilitato in una ricerca sulla percentuale di persone intelligenti nei diversi Stati. Ho trovato i dati relativi a 25 Stati tra cui l’Italia che risulta al 19o posto con l’1% di persone intelligenti sul totale della popolazione. Al 1o posto figura Singapore con l’8,6%. Gli Stati Uniti si trovano al 15o posto con l’1,63% (già Schopenhauer sosteneva che i cinque sesti dell’umanità corrispondono a “babbei” e, dunque, “Si sappia che le menti mediocri sono la regola, le buone l’eccezione, le eminenti rarissime e il genio un miracolo”). E, allora, “Non si può ridurre questa grande concezione [Democrazia] che appartiene alla nostra civiltà a una conta numerica, all’interno della quale si trova chi dedica i propri interessi a una visione nazionale (o europea o mondiale) e chi, invece, giunge alle urne nella massima ignoranza persino sul senso di quella consultazione. Mettere sullo stesso piano il voto del primo e del secondo non può essere preso come criterio né di uguaglianza né di giustizia: è semplicemente una finzione… La democrazia come maschera delle oligarchie e degli assolutismi[3].

Ora se la stragrande maggioranza (il 99%) in Italia vota con una scarsa capacità di discernimento e stando “nella propria situazione infantile, irrisolta e rimossa” come rilevato dalla Miller, è evidente che vive in una situazione di assoluta Dipendenza, ovvero si aspetta doni e rifugge i compiti, ovvero è sempre pronta a rivendicare i propri diritti, fino ai capricci, senza nessuna assunzione di responsabilità, doveri e, dunque, senza comprendere e farsi alcun carico delle necessità della Comunità di appartenenza per il non sentirsi ad essa collegata, se non per ricevere.

Nel pensiero greco antico l’individuo si sentiva, invece, strettamente collegato con la sua Comunità di appartenenza, ben sapendo che dal ben-essere di questa discendeva anche il proprio. Questa è quella che io definisco “intelligenza sociale”. In altri termini e per esemplificare se io mi approprio, facciam conto di 1.000 €, perché faccio assenteismo, trascuro l’impegno nel lavoro, mi faccio corrompere e via andare, poi non mi posso lamentare perché non trovo un posto nell’asilo nido comunale, o subisco la malasanità e via andare. La Comunità, depauperata da me di 1.000 € e, come me, da tanti altri per somme anche e ben maggiori, non avrà risorse sufficienti per offrirmi un servizio adeguato. A me come ai tanti come me che si son preoccupati solo del proprio interesse. La mia furbizia finisce quando mi rendo conto che ho intascato 1.000 € e ne ho spesi, per esemplificare, 10.000 per far fronte ai servizi che la Comunità non mi può offrire. Bilancio finale 9.000 € di perdita. Ecco che non c’è intelligenza sociale ed è invece “su questo fondamento che nasce l’etica, che si può definire come il comportamento che ciascuno deve tenere per difendere l’insieme degli uomini della [Comunità]… La res pubblica è il fondamento dell’esistenza di una comunità in cui tutti gli individui, con le proprie singole caratteristiche (e dunque diversità), devono comportarsi in modo da essere utili agli altri e, al contempo, ricevere ciò che nessuno potrebbe ottenere da solo[4]!

Ora la maggioranza costituita dal 99% dei meno dotati, elegge i governanti che con grande probabilità fanno anch’essi parte di quel 99% e, dunque, inadeguati per definire Strategie, Progetti, Idee che possano far rifiorire il Paese e, in mancanza di questo e per non perdere il consenso, resteranno a rimorchio dei desiderata degli elettori. E tutto ciò fa declino, la mediocrazia, cioè la diffusione della mediocrità passiva, il Populismo, per cui come stupirsi di una decrescita del PIL? Emblematico e squallido sta il fatto che la lotta politica si articoli sulla diffamazione e non su Strategie, Progetti, concetti, idee… Questo instaura la cultura del nemico che si trascina dietro, in una circolarità, atteggiamenti aggressivi e di difesa, non promuove la cooperazione che è stata fondamentale per l’evoluzione della Specie, determina la perdita della fiducia nelle relazioni e, di conseguenza, della speranza, uccidendo il desiderio, la imprenditorialità. È il “male”. “La res pubblica è morta, è stata saccheggiata seguendo lo stile del sacco di Roma, dei lanzichenecchi, dei barbari. È stata considerata un magazzino, svuotato da pochi ladri che godevano dell’immunità. Nessuno è più disposto a donarsi per la res pubblica e tutti, invece, pretendono di ottenere ciò che nessuno ha dato. Una grande civiltà è così ridotta a considerare la [Comunità] un luogo per avere senza dare; per urlare i diritti, mentre si negano i doveri. La res pubblica è stata ridotta all’«io» e al «mio» … Aumenterà la regressione verso la pulsionalità invertendo e ripercorrendo all’indietro le tappe che dalla barbarie hanno condotto ai lumi della ragione, e prima di tutto al controllo e al dominio degli istinti[5]. È il ritorno all’Orda selvaggia da cui proveniamo.

Sento spesso i governanti citare a propria scusante di inefficienza, l’eredità di passivo economico ricevuto dai precedenti governi che non potevano che trovarsi nella stessa situazione facendo, anch’essi, declino socio-economico-culturale. E stiamo pur certi che i futuri governanti ripeteranno la stessa solfa, visto che siamo in un declino perpetuo.

  1. Quando e come è iniziato questo trend declinante, che non è solo con un risvolto economico, ma principalmente socio-culturale??? Perché è l’evoluzione socio-culturale che fa quella economica e se si trascura la crescita socio-culturale si cade inevitabilmente nell’involuzione che si trascina dietro il declino economico.

Sappiamo che gli adolescenti hanno bisogno di ribellarsi all’autorità familiare per poter sviluppare la propria separazione-individuazione. Il processo di crescita psicologica dovrebbe poi proseguire con il far Consapevolezza fino a raggiungere lo stato di Adulto maturo, centrato e radicato. Se questo, in teoria, è dato a livello ontogenetico, lo stesso possiamo immaginare a livello filogenetico e qualcuno ha scritto che la maturità della Specie corrisponde, attualmente, a quella di un ragazzo di 16-18 anni. Non può dunque stupire che la contro-dipendenza adolescenziale che dà luogo a scontri di bande, dia luogo a guerre tra Stati e Gruppi, a livello di Specie.

I moti del ’68 hanno rappresentato, a livello sociale e di Specie, l’affrancamento dall’Autorità, ma, a seguire, non si è avviato un far Consapevolezza diffuso a livello di Specie, in ragione delle carenti capacità della popolazione, come esposto più sopra, e della paura di finire nel peggio. Questo ha fatto sì che i giovani, dopo l’affrancamento dall’autorità, si venissero a trovare nello smarrimento e nell’insicurezza, per aver perso i punti di riferimento, i princìpi, cadendo nel Nichilismo denunciato da Nietzsche, connesso all’annuncio che “Dio è morto”, aprendo la cultura della crisi psicologica connotata da relativismo, scetticismo e disincanto. Galimberti cita il sociologo tedesco Falko Blask che definisce una “generazione Q”, «dove “Q” sta per “quoziente intellettivo ed emotivo non particolarmente elevato”, che si è aggiunta alla “generazione X” raccolta nella sua rassegnata commiserazione»[6]. E Galimberti prosegue nell’analisi: «dopo la “generazione dei giovani dal pugno chiuso” che, con il grido insurrezionale e con il gesto anche violento, volevano cambiare il mondo e gridare in faccia qualcosa a qualcuno, siamo precipitati nel collasso della comunicazione: o perché non si ha niente da dire (”generazione X” degli indifferenti) o perché si è incapaci di stabilire relazioni (“generazione Q” dei sociopatici), o per decisa volontà di non parlare, di non raccontarsi e di non farsi raccontare, perché si è persa qualsiasi forma di fiducia in chi ha la possibilità di rispondere, e non risponde»[7]. E questo distrugge la cooperazione che è stato un grande fattore dell’evoluzione della Specie, trascurato dallo stesso Darwin.

Galimberti ascrive la responsabilità di questa caduta nel Nichilismo alla tecnica, “la quale, con la sua fredda razionalità, relativizza e relega sullo sfondo tutte le simboliche e le immagini che l’uomo si era fatto di sé per orientarsi nel mondo… L’età della tecnica ha abolito questo scenario umanistico… La tecnica, infatti, non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona… finiscono sullo sfondo, incerti nei loro contorni corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si era nutrita l’età pre-tecnologica[8]. E si può individuare una crisi della società, connessa ad “un cambiamento del segno del futuro: dal futuro-promessa al futuro-minaccia… perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l’energia vitale implode[9]. E questo comporta una paura di fondo che “paralizza, demotiva, cancella la socialità, cioè le relazioni tra individui e tra gruppi… abbatte i desideri, ha un effetto depressivo, toglie la capacità imprenditoriale… Mina l’elan vital, l’energia esistenziale, la forza di vivere[10]. Al di là della crisi economica è dramma esistenziale con perdita dei princìpi che esprimono l’umanesimo. “La filosofia interpreta la condizione umana, i princìpi etici sono l’espressione della condizione umana… Il riferimento è la condizione umana… Tradire i princìpi significa distruggere la propria dimensione umana: non si compie un’offesa agli altri, ma principalmente a se stessi… Le civiltà sono espressioni dell’umanesimo[11].

  1. Nell’imputare alla sola tecnica la responsabilità del collasso umanistico, Galimberti trascura, tuttavia, che c’è da mantenere distinte le Scienze della “Natura” e per esse la tecnica, dalle Scienze dello “Essere umano”. In altre parole e in metafora, la matematica non ha niente a che fare con la poesia e viceversa, ognuna avendo le sue ragioni di esistere e necessità senza dover entrare in contrapposizione. C’è bisogno di entrambe, così come della testa e del cuore, del maschile e del femminile. I confini tra il tempo dell’intimità e il tempo degli affari sono, invece, molto spesso confusi e le due aree confluiscono l’una nell’altra.

Il nostro tempo si è concentrato, dedicato principalmente al razionale per effetto dell’invasione pervasiva della Tecnologia, ovvero e proseguendo nella metafora, della matematica, della logica, mettendo ai margini la poesia, l’anima. In questo contesto accade pure che le persone che vivono nella poesia o cercano l’anima, si trovino ad essere ritenute superflue e vengano disdegnate. Così la tecnica “non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità” perché non rientra nei suoi obiettivi, anche se la Scienza e la Tecnica si sono imposte come nuova fede laica con l’offrirci speranza e fiducia a fronte del dolore fisico e della morte. Gli è che, però, abbiamo da mantenere distinti Esterno ed Interiorità. Tecnica e Spiritualità, integrando la razionalità del pensare con il sentire. Per tornare alla metafora, non è che il successo della matematica annienti la poesia. Per tornare a noi, da una parte ci sarà la tecnica, dall’altra il far Consapevolezza in una strategia e/e, non o/o, con obiettivi diversi, tutti, comunque, funzionali alle necessità dell’uomo.

Possiamo, dunque, togliere la tecnica dalla posizione di imputato sulla involuzione della Specie e, casomai, mettere in tale posizione la bassa e poco diffusa capacità di far Consapevolezza, per i limiti di curiosità e capacità della popolazione nonché, come anticipato, per la paura di finire nel peggio. Far Consapevolezza per mettere a fuoco, come scrive Galimberti “i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia di cui si era nutrita l’età pre-tecnologica”. E va rilevato che la tecnica non comporta il dubbio, è tesa al suo obiettivo che assume per verità e che mira allo Sviluppo, laddove il Progresso si lega al dubbio, si lascia guidare dal sentire più e oltre che dal solo pensare della tecnica. Il ritenersi nella verità, poi, innesca la cultura del nemico che, come già visto, è antiumanistica, laddove il dubbio apre al confronto ed alla cooperazione che rientrano tra le principali caratteristiche dell’umanesimo. E c’è da notare che se si cerca la certezza della verità per far fronte alla paura si entra in un circolo vizioso perché, entrando nella connessa cultura del nemico, non si fa che coltivare la paura.

  1. Altra concausa della involuzione della Specie sta nella Crisi economica che stiamo vivendo e non accenna a, né potrà, rientrare, lasciando una moltitudine di cittadini nella disoccupazione o nella povertà. In tali condizioni è il bisogno di “sopravvivenza” che si impone e sterilizza tutti gli altri bisogni o desideri, aprendo la porta al Nichilismo che certamente non fa da molla per un’eventuale ripresa. Oltre che economica la crisi che stiamo attraversando è crisi di civiltà, del pensiero, del sentimento, dei princìpi, crisi della società con una tristezza diffusa che caratterizza il clima sociale con un sentimento di insicurezza e precarietà. In primo luogo, tra i giovani ove ognuno che va “incontro ad una serie di frustrazioni… avverte in sé una rabbia che esprime in modo disordinato, pulsionale, come fosse contro tutti e contro se stesso… per vivere ha bisogno di proiettare quest’immagine negativa di sé su un gruppo[12]. E nasce così, oltre e di concerto con il Nichilismo, il Populismo che attacca la casta al seguito di un leader che ostenta grande sicurezza e stima di sé. Al tempo presente egli dispone, poi, dei nuovi strumenti digitali ampliando enormemente la sua platea. Emerge la distruttività che è contro l’umanesimo.
  2. Ulteriore concausa della involuzione della Specie sta, come già sommariamente rilevato, nel difetto di educazione che Genitori ed insegnanti, per motivi diversi, offrono ai ragazzi e se istinti e pulsioni stanno nella carne, princìpi e sentimenti stanno nell’educazione che hanno fatto Cultura e Civiltà da 2700 anni e se non c’è continuità nell’educazione basta una sola generazione, venticinque anni, per entrare nella Regressione barbarica, posseduti dai soli istinti e pulsioni… I genitori si preoccupano della cura del corpo e dell’intelligenza dei loro figli, ma quanta cura dell’anima, del cuore? Mi nasce il timore che la tecnologia informatica ed i social facciano apprendimento passivo e, come ha scritto qualcuno, funzionano come il bar di un tempo, accelerando la perdita dell’educazione e la Regressione barbarica prossima ventura…

Oltretutto nella cultura sociale si inneggia alla libertà con il “vietato vietare” e si rifiutano princìpi e divieti, laddove gli istinti e le pulsioni stanno nella carne e si impongono, per cui la regressione barbarica è sempre più alle porte…

I mass media non fanno che esaltare questa carenza di educazione emozionale e relazionale. “Ogni giorno i notiziari fanno l’elenco degli attacchi furiosi sprigionati dagli impulsi sfuggiti al controllo. Veniamo così a sapere di segretarie massacrate davanti al loro computer, di vicini di casa che tentano di stuprare la donna della porta accanto, di inviti a ragazze che, ignare, trascorrono con amici l’ultima sera della propria vita, di neo-nati abbandonati nei cassonetti, di figli che a martellate uccidono i genitori, in un crescendo che, fra i paesi industrializzati, colloca l’Italia al secondo posto dopo gli Stati Uniti. A ciò si aggiunge un incremento esponenziale dei fenomeni di depressione, con una percentuale tripla, per i nati dopo il 1945, rispetto a quella dei loro nonni, e con tassi di suicidio che hanno subìto un’impennata soprattutto fra i giovani… Che c’entra tutto ciò con l’educazione alle emozioni? C’entra perché chi non sa sillabare l’alfabeto emotivo, chi ha lasciato disseccare le radici del cuore, si muove nel mondo pervaso da un timore inaffidabile, e quindi con una vigilanza aggressiva, spesso non disgiunta da spunti paranoici che inducono a percepire il prossimo innanzitutto come un potenziale nemico da temere o da aggredire… Dispongono ancora i nostri giovani di una psiche capace di elaborare i conflitti e quindi, grazie a questa elaborazione, trattenersi dal gesto?… Oppure il mondo emotivo vive dentro di loro a loro insaputa, come un ospite sconosciuto a cui non sanno dare neppure un nome?[13]

  1. Galimberti sostiene che non c’è più neppure una possibilità di rivoluzione perché, rispetto al passato in cui c’erano i “servi” che potevano insorgere contro i “signori”, oggi gli uni e gli altri stanno dalla stessa parte e di fronte hanno il “mercato” che non è nessuno e, dunque, contro chi insorgere?

Io, in una visione che riconosco un po’ utopistica in ragione delle premesse, spero, invece, che la rivoluzione sia ancora possibile, con altre caratteristiche rispetto al passato. Se si arrivasse ad una larga diffusione del far Consapevolezza si potrebbero smontare tutti quei meccanismi che fanno le abitudini, i Condizionamenti, il Conformismo per arrivare ad essere padroni di se stessi e, con ciò, non più “servi” del “mercato” che sarebbe notevolmente ridimensionato. Questo sarebbe un vivere a contatto con la propria interiorità e non al seguito dell’apparenza. Lo stesso Galimberti individua, tra le perdite che hanno portato i giovani alla rassegnazione Nichilista, un processo che è stretto parente del far Consapevolezza, quando scrive che ai giovani è stato “insegnato tutto, ma non come mettere in contatto il cuore con la mente e la mente con il comportamento e il comportamento con il riverbero emotivo che gli eventi del mondo incidono nel loro cuore[14]. Egli introduce pure la «etica del viandante» “che non si appella al diritto, ma all’esperienza e all’ideazione” «quando [i giovani] si abbandonano alla corrente della vita, non più da spettatori, ma da naviganti… L’andare che salva se stesso, cancellando la meta… [e] si aderisce al mondo come a un’offerta di accadimenti dove si può prendere provvisoria dimora finché l’accadimento lo concede»” che corrisponde, in sostanza, al “qui ed ora” della pratica Orientale ed è il superamento del “meccanismo di difesa” del controllo. Liberandosi dalla “identità assunta come un fatto e non come un’interminabile e mai conclusa costruzione”[15].

  1. Ulteriore finale potente concausa della involuzione della Specie sta, con il degrado dell’umanesimo, nella perdita della Bellezza e trionfo dello Squallore. “Sono colpito… dalla bruttezza dei comportamenti, dalla banalità, che rappresenta l’antitesi della bellezza. Sono colpito dalla volgarità dei gesti, dall’orrore della disonestà che, ancor prima di diventare gesto, è una mostruosa percezione della vita. L’eleganza del pensiero, la bellezza di un sistema filosofico, l’estetica che diventa una meditazione del bello, di quest’idea che seduce e che riporta persino all’immaterialità degli dèi, è totalmente perduta, defunta… Tutto è banale, commerciale, misurato in denaro… Il mio Requiem per la civiltà occidentale parte proprio dalla bellezza”[16]. Ci si appunta sui singoli isolati problemi parziali senza una visione sistemica. Ad esempio “tutti guardano alle banche e nessuno pensa alla civiltà, poiché, in questa visione più ampia, anche le banche andrebbero riconosciute come un chiaro segnale agonico di quella «malattia mortale» (di cui parla Kierkegaard) che rimanda alla disperazione… c’è l’identificazione nel proprio piccolo mondo… Il resto viene posto in un angolo, dimenticato”[17].

La ricerca della Bellezza è stata sostituita da quella per l’utilità, il denaro, la razionalità della tecnica con la prevalenza del pensare sul sentire su cui poggia prevalentemente l’amore per la Bellezza che è un giudice migliore della legge che promana solo dal pensare. Sulla base della Bellezza si può anche travalicare la legge, perché chi ama la Bellezza non si può macchiare di alcun misfatto. Le persone che amano la Bellezza ed in cui l’amore fluisce liberamente non lanciano bombe… “Una civiltà ha bisogno di essere guidata dai sentimenti, che non possono essere sostituiti dai freddi commi della ragione… Dobbiamo sostituire l’economia del denaro con l’economia del bene[18].

  1. Da ultimo una breve chiarificazione sull’umanesimo che è stato più volte citato e può non avere lo stesso significato per tutti. “Il termine umanesimo dovrebbe rappresentare la chiave per chiunque osservi lo stato in cui si trova la grande civiltà dell’Occidente. Penso all’«umanesimo della fragilità» che, da tempo ormai, mi appare l’unico comportamento adeguato a promuovere un’esistenza comune, fondata sulle caratteristiche della serenità, dell’amicizia, della comprensione, del perdono. «Fragilità» è il termine che meglio esprime la condizione umana, non è certo riferimento del patologico, bensì come la cifra dell’uomo, la cui avventura su questa Terra è fatta di scienza e di scoperta, ma anche di mistero e di dolore. La fragilità esprime il bisogno che ciascun uomo ha dell’altro, e, per paradosso, due fragilità unite danno forza. E non come il potere che, pure, ha bisogno dell’altro, ma per sottometterlo e sfruttarlo… L’umanesimo è anche razionalità, creatività, e in particolare sensibilità, che è il fondamento per capire senza parlare e scoprire senza entrare [necessariamente] in un laboratorio di ricerca. La sensibilità è lo strumento di quel grande laboratorio che si chiama esistenza[19].

 

Per concludere sembra che l’involuzione della Specie sia in atto e progredisca sia sul versante economico per essere le risorse disponibili sempre più insufficienti a soddisfare i bisogni della popolazione governata, sia sul versante della Civiltà sempre più pervasa dal Nichilismo che nella visione di Nietzsche sta nella “perdita di ogni valore dei valori supremi”[20]. Questo all’insegna del “vietato vietare” con la rivendicazione indiscriminata della libertà, come riportato più sopra. Eppure, come nel primo assioma della Comunicazione di Watzlawick che recita “non si può non comunicare” io ritengo che non si possa non avere nessun valore supremo che, per me, è almeno il rispetto e, non a caso, Kant lo riteneva la virtù suprema perché da essa discendono tutte le altre virtù. Ma, mi rendo conto, questa è forse solo un’altra speranza utopica, all’insegna dei fatti di cronaca più sopra riportati e sempre più frequenti.

Dunque, che si sia nell’involuzione della Specie è scontato, fino a far prevedere al filosofo Patrick Viveret[21] la sua Estinzione, a meno di una Mutazione, come quella che c’è stata tra il Paleolitico ed il Neolitico.

[1]Il dramma del bambino dotato”;1996, p. 12

[2]  V. Andreoli: “Homo stupidus stupidusL’agonia di una civiltà”; 2018, p. 121.

[3]  V. Andreoli: op. cit.; p. 205.

[4] V. Andreoli; op. cit.; p. 190.

[5]  V. Andreoli; op. cit.; p. 191, 250.

 

[6]L’ospite inquietante”; 2018, p. 130.

[7]  Id.; p. 135.

[8]  Id.; p. 20, 1.

[9]  Id.; p. 26.

[10]  V. Andreoli: op. cit., p. 36.

[11]  V. Andreoli; op. cit., p. 114, 155, 177.

[12]  V. Andreoli; op. cit.; p. 40,1.

[13]  Galimberti, op. cit.; p. 44, 45.

[14]  Galimberti, op. cit.; p. 53.

[15]  Galimberti, op. cit.; p. 142, 3, 4, 6.

[16]  V. Andreoli, op. cit.; p. 199, 200.

[17]  V. Andreoli, op. cit.; p. 203, 204.

[18]  V. Andreoli, op. cit.; p. 244, 245.

[19]  V. Andreoli, op. cit.; p. 247.

[20]  citaz. In Galimberti, op. cit.; p. 15.

[21] con Edgar Morin: “Come vivere in tempi di crisi?”; 2011.