LA DIPENDENZA che ci mantiene bambini

LA DIPENDENZA che ci mantiene bambini

La Dipendenza è così forte, pervasiva e totalizzante, che, magari senza accorgersene, si scade in automatismi inconsapevoli, derivanti dal bisogno di “appartenenza”, che non fanno che imprigionare inconsapevolmente gli individui, portandoli ad uno stato di passività. Il Conformismo è un esempio sotto gli occhi di tutti di come ci si possa costringere a comportarsi secondo certi dettati ed approvati schemi, formalmente condivisi. Naturalmente tali schemi non restano immutabili nel tempo, ma lentamente si modificano in relazione al mutare della Cultura sociale, articolata su “credenze”, “valori”, “atteggiamenti”.

Vale qui la pena, per chi non è addentro ai meccanismi culturali, specificare cosa si vuole intendere con tali termini, presi a livello individuale:

  • credenze: l’organizzazione durevole di percezioni e di conoscenze relative ai diversi aspetti del mondo psicologico della persona (il vocabolo è usato in senso ampio comprendendo qualsiasi varietà̀ di cognizioni, rappresentazioni mentali, opinioni, pregiudizi, ecc.). L’opinione che le donne siano più̀ intuitive degli uomini è un esempio di credenze rispetto alla donna;
  • atteggiamenti: l’organizzazione durevole delle adesioni o rifiuti emotivi nei confronti dei diversi aspetti del mondo psicologico della persona (l’atteggiamento è strettamente collegato ad una struttura relativamente stabile di credenze). Preferire che in un gruppo di lavoro ci sia una presenza femminile, per il senso di minore competitività̀ che si determina, è un esempio di atteggiamento, sempre rispetto alla donna;
  • valori: i riferimenti simbolici e fondanti dei comportamenti ideali attesi, ai quali si tende a conformare i propri comportamenti reali.

Prima di proseguire ritengo, però, necessario aprire una parentesi per specificare cosa intendo per Cultura a livello individuale. Non certo nozionismi, conoscenze, erudizione, come comunemente si intende, ma «ciò che faccio e come lo faccio quando non ci penso», ovvero è il mio modo di essere che, certamente, si è stratificato su tutte le conoscenze ed esperienze accumulate dentro di me e di cui, magari, nemmeno mi ricordo. Sono nella mia Carne e la rappresentazione che il Verbo si è fatto Carne. E nel seguire l’intenzione platonica che differenziava tra la conoscenza del mondo affidata all’umana ragione e la conoscenza di sé che non è possibile se non come dono del dio[1], io mi affido alla Consapevolezza più che aspettarmi il dono del dio, restando sempre nella Dipendenza…

A livello individuale concorrono, inoltre, a formare la Cultura individuale, la “attitudini”, così descritte:

  • attitudini: le capacità potenziali a mettere in atto determinati comportamenti in situazioni date.

Questi fattori che si sono andati via via modificando, durante la crescita dell’individuo, sulla base di conoscenze, esperienze e, soprattutto Condizionamenti e Conformismo sociali, determinano il comportamento dell’individuo, ovvero il tipo di Ruolo giocato:

IL RUOLO GIOCATO che si traduce in un certo comportamento, così definito:

  • comportamento: l’insieme di azioni e relazioni sviluppate in risposta a cause inerenti il mondo interno dell’individuo nonché a circostanze esterne.

Con riferimento ai livelli del funzionamento della persona, potremmo dire che i comportamenti, con le sottostanti attitudini, si collegano alla sua relazionalità̀ con l’esterno, mentre credenze, atteggiamenti e valori si collegano alla sua interiorità̀, più̀ o meno consapevole.

L’insieme degli individui, costituenti una data Comunità, concorrono con le loro Culture individuali a formare, attraverso il confronto ed il consenso, la Cultura sociale di quella Comunità.

Per tornare al tema della Dipendenza c’è anzitutto da notare che fa freno ai tentativi di avviarsi verso l’autonomia e l’indipendenza, seppur sollecitati dalla “forza creativa del desiderio”, nelle parole di Jung.

Per dare, poi, ragione della radicalizzazione del bisogno di “appartenenza” e, per esso, della Dipendenza, va considerato che affonda le sue radici non solo nell’inconscio collettivo, per quel che significava nelle tribù primitive, in cui se un membro, per gravissima colpa, veniva radiato dalla tribù, moriva nel giro di 48 ore per ‘dissesto mentale’[2], ma ha radici anche nell’essere noi “Funzionari della Specie”, come sostenuto da Schopenhauer, con le innate pulsioni sessuale (per la procreazione) e aggressiva (per la difesa della prole), e, ancora, ulteriore radicamento, sta nell’imprinting che abbiamo ricevuto nell’infanzia quando ci sentivamo al sicuro e con la nostra fame placata dal latte della mammella materna, per cui, una volta cresciuti, continuiamo a cercare la mammella, e non, autonomamente, il latte, mentre nell’inconscio rimane il desiderio simbiotico… E non basta ancora perché ulteriore radicamento, e forse il più pressante, sta nella Ferita del «non-amore» che ogni bambino si porta dietro e dentro per non essersi sentito amato per così com’era e questa Ferita è universale per effetto sia dei naturali ed inevitabili limiti dei genitori, sia per le costrizioni imposte dal processo educativo. E, così, anche da adulto cerca inconsapevolmente sempre di sanare tale Ferita scivolando nella Dipendenza per la ricerca di qualcuno/a che gli possa dare quell’amore con quella qualità che da bambino sente di non aver ricevuto.

E dopo questa già forte radicalizzazione della Dipendenza, il recente Sviluppo tecnico-economico ha comportato, come un ulteriore ultima forte Dipendenza quella dalla rete, per la quale Galimberti[3] riporta il pensiero dello psicologo Giorgio Nardone, che ha lavorato con Paul Watzlawick della Scuola di Palo Alto, che «mette a fuoco i tratti di dipendenza dalla rete, non dissimili dai tratti tipici della tossicodipendenza… La dipendenza da internet soddisfa sul piano virtuale il bisogno di controllo che non si riesce a realizzare sul piano della realtà, alimenta il tratto ossessivo-compulsivo [soddisfa, in particolare, il bisogno di “riconoscimento”, aggiungo io]… soddisfacendo il vissuto infantile di onnipotenza e libertà che compensano le frustrazioni del mondo reale. Chattando, si ha la possibilità di realizzare virtualmente ciò che si vorrebbe ma non si riesce ad essere. Da qui il bisogno di stare ore davanti al computer che, a nostro piacimento, realizza il sogno della nostra identità agognata. Se a questo si aggiunge il cybersesso, dove la solitudine della masturbazione viene compensata da una rappresentazione condivisa, e la possibilità di esprimere nell’anonimato tutte le fantasie vissute nel privato, ecco che il computer diventa l’oggetto erotico per eccellenza, dove, come davanti a una macchina magica, si esaltano le perversioni e le allucinazioni del desiderio, a scapito dei rapporti reali che, al confronto, appaiono insignificanti» e, aggiungo, costa molto meno fatica e ‘rogne’…

Per concludere tornando all’apertura, questo excursus può dar conto di quanto la Dipendenza faccia parte del vissuto di ognuno, carne della sua carne, e quanto sia difficile affrancarsene per poter crescere, raggiungere un’autonomia e centratura consapevoli, divenendo dei reali Adulti, non solo anagraficamente. A. Miller, alla fine del XX secolo, l’altro ieri, scriveva: «la maggior parte delle persone… vivono nella propria situazione infantile, irrisolta o rimossa» e fin dal 1700 Kant sperò che l’Illuminismo fosse «l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri». E, finché non c’è crescita generalizzata, ci sarà violenza, distruttività e auto-distruttività…

In Appendice, c’è da notare che la forte, pervasiva, totalizzante Dipendenza determina, a livello politico, i fenomeni dell’assistenzialismo, populismo fino alla dittatura, della religione (con cui si rimane passivi in attesa dei doni di dio), con connessa esaltazione del valore della “uguaglianza” che, in assenza di una gestione lungimirante della Cultura sociale, ha subito una deriva, passando dalla uguaglianza delle opportunità alla uguaglianza dei trattamenti. Questo fa sì che tutti chiedano tutto arrivando a rivendicare come diritti anche i capricci, rendendo con ciò difficoltosa non solo l’attività governativa, ma anche sterilizzando come “valore” la meritocrazia di cui, infatti, si parla e si scrive soltanto. E così si scade nella mediocrità tanto da far scrivere a qualcuno di “mediocrazia” che fa da lievito alla fuga di cervelli all’estero, in quei Paesi in cui la meritocrazia è ben salvaguardata.

In presenza di una attenta gestione della Cultura sociale ci si sarebbe adoprati per passare dal valore della uguaglianza a quello della “equità” che, salvaguardando la uguaglianza delle opportunità in termini di giustizia sociale, si appoggia, poi, sulla meritocrazia per la gestione dei trattamenti.

La Politica sta andando a rimorchio degli elettori nel continuare a celebrare tale valore che gli individui rivendicano per non esporsi all’ansia della competitività ed all’impegno per evolvere, mostrando con ciò un’assenza di consapevolezza e di interesse per la Comunità. Se la “uguaglianza” era un valore coerente al tempo della Rivoluzione francese, già, meno di un secolo dopo, veniva denunciato come fonte di mal-governo ed è interessante, in proposito, la riflessione del filosofo Henri-Frédéric Amiel, qui sotto riportata che vale ancor oggi, a distanza di quasi un secolo e mezzo.

la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle conseguenze. Perché non riconosce la diseguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga[4].

 

[1] Come riportato da U. Galimberti in “La terra senza il male”; 2013, p. 170.

[2] Galimberti scrive (“D-la Repubblica” del 19/11/16) che: «Pierre Clastres, antropologo francese che ha studiato da vicino le società amazzoniche, racconta in “La società contro lo Stato” (Feltrinelli) che chi, per qualche grave colpa commessa, veniva espulso dalla comunità tribale, nel giro di 48 ore moriva, non per qualche accidente, ma per un dissesto mentale dovuto alla perdita della sua identità, che aveva le radici nel gruppo. Anche gli antichi Greci anteponevano la comunità all’individuo. Aristotele, per esempio, scrive: “La comunità esiste per natura ed è anteriore a ciascun individuo che, da solo, non è autosufficiente. Pertanto, chi non è in grado di entrare nella comunità, o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte della comunità e di conseguenza: o è bestia, o è dio” (Politica, 1253a)». E, dunque, la Dipendenza è connessa alla paura di morire se si rimane soli.

[3] “D-la Repubblica”; 15/7/17”.

[4] “Frammenti di diario intimo”, 12 giugno 1871; p. 58.