PENSARE NON È ESSERE

PENSARE NON È ESSERE

Siamo talmente occupati dal “fare” con tutti i connessi pensieri per elaborare, risolvere, che, poi e per abitudine, senza accorgercene usiamo i pensieri anche per il “sentire” nel cercare di risolvere casi di mal-essere avvitandoci, inconsapevolmente, sempre più nel mal-essere e creando, magari, fantasmi. Perché se i pensieri vanno bene per il fare non vanno bene o, addirittura, sono dannosi per il sentire. In sintesi, se per fare è utile la Testa, per il sentire c’è da far appello al Cuore e non alla Testa. Scrive il monaco Buddhista Thich Nht Hanh: “smettiamo di… pensare e ascoltiamo la voce del cuore” [1].

Già nel mio libro “Consapevolezza è meglio” ho distinto tra linguaggio operativo/razionale ed esistenziale/relazionale, dopo aver notato l’uso sociale così pronto e diffuso che si fa del giudizio, trovando che sia una delle abitudini più dannose per una relazione amorevole con se stessi e con gli altri. È forse un’abitudine inconsapevole che proviene da una automatica traslazione del suo uso dal piano operativo a quello relazionale. Il giudizio trova cioè la sua validità nel campo operativo/razionale: se devo far passare un tavolo attraverso una porta è necessario il giudizio sulla larghezza della porta e del tavolo. In questo caso è bene stare nel giudizio, nel razionale. Non va bene, invece, ed è dannoso nel campo esistenziale/relazionale: se volete giudicare i vostri amici in quel che fanno/sono, cercando di far in modo che si adeguino ai vostri desideri, andrete incontro a dei problemi [2]. Sottostante il giudizio c’è il controllo, il desiderio di cambiare l’altro che si giudica. Il che non fa altro che deteriorare la relazione. In questo campo tutto quel che possiamo fare è esprimere il nostro “mi piace/non mi piace” per tentare un incontro più autentico e piacevole. In caso di insuccesso funziona meglio il polo opposto del controllo e cioè il lasciar andare: prendere il buono che c’è in ogni situazione lasciando andare quel che non ci piace. E non è detto che un giorno, nel futuro quel che oggi non piace possa, invece, rivelarsi fonte di piacere. Mi ricordo di una emblematica storia in tal senso. Un anziano, saggio contadino aveva, a differenza dei suoi più poveri compaesani, un cavallo che l’aiutava nel lavoro dei campi. Una mattina non trovò più il cavallo che era fuggito nella foresta. I suoi compaesani che lo andavano a trovare gli dicevano “che disgrazia, poverino te…”. Il vecchio rispondeva “forse!”. Alcuni giorni dopo il cavallo tornò portandosi dietro una cavalla selvaggia e i compaesani “avevi un solo cavallo e ora ne hai due. Che fortuna!”. E il vecchio “forse!”. Il figlio del vecchio tentò di domare la cavalla selvaggia, ma venne disarcionato e si ruppe una gamba. E i compaesani “hai perso l’aiuto di tuo figlio. Che disgrazia!”. E il vecchio “forse!”. Pochi giorni dopo passarono le guardie dell’imperatore che cercavano giovani da reclutare per la guerra e, trovando il figlio del vecchio con la gamba fuori uso, passarono oltre. I compaesani non poterono fare a meno di esclamare “tuo figlio è salvo. Che fortuna!”. E il vecchio continuava a rispondere “forse!”, consapevole che ogni situazione presenta sempre aspetti diversi, piacevoli e spiacevoli, senza poter mai dire se, in futuro, gli uni non si trasformino negli altri e viceversa. E sul lasciar andare scrive sempre Thich Nht Hanh: “Può capitare di soffrire soltanto a causa della propria idea; e si continua a star male finché, un giorno, non si riesce a lasciarla andare, e subito ci si sente felici” [3].

Ora vorrei fare un passo avanti e proseguire nell’analisi per esaminare come muoversi nella situazione esistenziale/relazionale evitando l’uso del pensiero, per quanto riportato in apertura.

Faccio un esempio: mi alzo la mattina sentendo la paura o la tristezza o un senso di inadeguatezza. Sono consapevole che questo sentire non è connesso ad un pensiero, ma è un’esperienza sensoriale [4]. È dunque inutile avviare il pensare sul perché sento la paura o la tristezza, da dove possono provenire, come posso tornare alla gioia… Non funziona, si avvierebbe solo un rimuginio che non fa che appesantirci senza risolvere nulla. Ma se non prestiamo particolare attenzione è facile che per abitudine, appunto, ci mettiamo ad usare i pensieri anche se non è una situazione operativa, del fare.

Se non è un “fare”, ma un “sentire” quel da cui sono occupato, ho da usare strumenti diversi dal “pensare”, correlati, appunto, con il sentire. Una guida me l’ha data Welwood [5] attraverso l’Osservare, come ho anche più diffusamente trattato nel mio libro “Consapevolezza è meglio” in cui ho introdotto la figura dello “Osservatore” (Osho faceva riferimento ad una figura analoga definendola il “Testimone”). Mi avvalgo qui di Welwood per la sua bella condensazione che ne ha fatto.

Scrive Welwood: «Osservate se potete essere un testimone partecipe e neutrale di ciò che accade nella vostra mente e nelle vostre emozioni estendendo il calore e l’apertura a qualunque cosa ci sia “Sì, sì, c’è questo”. Non lasciate che sia un esercizio concettuale [evitate i pensieri, appunto]. Non dovete verbalizzare il “sì” anche se questo può spesso essere di aiuto. La cosa più importante è toccare ciò che c’è lì per un momento, lasciarlo esistere e sperimentare voi stessi lì insieme ad esso, con apertura, concedendovi di essere come siete anche se ciò che provate può non piacervi. “Sì, posso essere qui con me stesso anche se sta sorgendo dell’ansia… anche se è presente il dubbio nei confronti di me stesso… anche se c’è della solitudine”. Mentre vi aprite pian piano allo stato in cui vi trovate, qualsiasi esso sia, sperimentate direttamente quell’apertura [dell’osservazione] che è in grado di vedere e lasciar essere. Notate che tale apertura è molto più grande di qualsiasi stato stiate attraversando. Siate quest’apertura che può contenere la vostra esperienza in modo benevolo e delicato. Ciò vi mette in contatto con l’essere più grande che siete, che non è intrappolato in alcuno di questi stati mentali. Soprattutto non identificatevi con alcuno degli stati attraverso cui passate, non fate sì che significhino qualcosa di voi (“Ho paura… Il che significa che sono un pauroso… Sono sempre stato così… È proprio come sono”). Quando riconoscete il fatto: “Ho paura”, non per questo significa che voi siete la paura. È invece un modo stenografico per dire: “Sono consapevole della paura che sorge nel mio corpo e nella mia mente”. L’”io” che può riconoscere la paura non ha esso stesso paura. È l’essere più grande che siete, la consapevolezza che può vedere e contenere qualunque cosa ci sia in voi, tutte le qualità, tutti i sentimenti, tutti i punti deboli, tutti i modelli di comportamento condizionati» (p. 121,2). Una chiara conferma ce la fornisce Thich Nht Hanh scrivendo: “Il territorio del tuo essere è vasto, un’emozione è molto piccola: un’emozione è qualcosa che arriva, si ferma per un po’ e alla fine se ne va. Se lo intuisci mentre provi l’emozione, questa visione profonda ti salverà” [6].

E sottolinea Welwood che c’è da “permettere a voi stessi di fare la vostra esperienza [sensoriale]” e “sviluppare un rapporto più amichevole con l’esperienza che state avendo, qualunque essa sia… Il problema è che cerchiamo tuttora (come da bambini in cui non potevamo far altro) di allontanarci dai nostri sentimenti anche se adesso, da adulti, abbiamo la capacità di fare qualcosa di diverso… da bambini… l’unico modo per trattarlo era chiuderci”, ma «farsi sommergere o portare via passivamente dai sentimenti è inutile e futile… Io intendo l’esatto contrario: conoscere e assumere attivamente quel che provate e aprirvi ad esso. Il fatto di entrare consapevolmente in contatto con un sentimento – “Sì, è questo il sentimento che c’è” – inizia a liberarvi dalla sua morsa» (p. 112, 3). E prosegue: «se siete capaci di lasciare che la vostra esperienza abbia luogo, questa allenterà i suoi nodi e si dispiegherà portando a un’esperienza più profonda e fondata di voi stessi. Non importa quanto dolorosi e spaventosi possano apparire i vostri sentimenti, la vostra volontà di confrontarvi con essi fa emergere la vostra forza essenziale e vi conduce a un orientamento più positivo nei confronti della vita [e di voi stessi] … Come le immobili profondità oceaniche stanno nascoste sotto le onde in tempesta sulla superficie delle acque, così il potere della vostra natura essenziale resta celato dietro i vostri turbinosi sentimenti. Combattere i vostri sentimenti vi fa solo agitare sulla tempestosa superficie di voi stessi, scollegati dal vostro essere più vasto. Agitarvi fra le onde vi impedisce di andare al di sotto di esse e di accedere al potere, al calore e all’apertura del cuore. Permettere a voi stessi di fare l’esperienza [sensoriale], invece, vi consente di cavalcare e scivolare sulle onde anziché farvene portare via. Nei momenti in cui vi aprite e fate entrare la vostra esperienza siete, ci siete per voi stessi. State dicendo di sì a voi stessi per quel che siete, per come vi sentite proprio ora. Questo è un profondo atto di amore verso voi stessi… Basta riconoscere le sensazioni nel vostro corpo e toccarle con la vostra consapevolezza prestando attenzione al vostro respiro: “Sì, è questo che c’è”. Quando rinunciate a combattere per allontanare la vostra esperienza, iniziate a rilassarvi. Adesso concedete ai sentimenti di essere lì, date loro molto spazio… fare spazio intorno alle sensazioni nel vostro corpo… in modo che non siano confinati o costretti [compressi] … osservate come lo spazio permetta al sentimento di esistere, così com’è, senza tensioni o resistenza. Riposatevi in questo spazio e mentre lo fate vedrete che state contenendo il sentimento in modo molto più lieve. Siete diventati la consapevolezza più ampia in cui è contenuto il vostro essere feriti. Allora non c’è nulla con cui lottare e il corpo inizia a sistemarsi…

Un passo ulteriore sta nell’entrare con la vostra consapevolezza proprio nel centro del sentimento, ammorbidendovi in esso così da essere tutt’uno con il sentimento, non separato da esso in nulla. Quando potete entrare e rilassarvi in un sentimento non c’è altro che possa tormentarvi o sopraffarvi. Quando potete essere presenti al centro di un sentimento, ne scoprite la natura come un’energia fluida… è un modo per digerire il vecchio dolore. Così non rimane più qualcosa di solido e congelato che ostruisce il vostro sistema… Qui è all’opera un semplice principio: quando vi mostrate alla vostra esperienza, il vostro essere si mostra a voi. E quando l’essere più ampio che siete in realtà si rivela, fate l’esperienza di tornare a casa da voi stessi. Sistemarvi dentro di voi vi dà accesso a risorse innate – forza, accettazione, pace, compassione – che vi aiutano ad andare incontro a qualsiasi esperienza e a entrare in relazione con essa.Tornando a casa da voi stessi e dalle vostre risorse, scoprite ciò che è più vero di qualsiasi giudizio si possa esprimere su di sé: che andate bene come siete, nella vostra natura fondamentale. Assaporate la fondamentale bontà che fa parte di voi e il suo gusto chiaro e rinfrescante come acqua pura. Scoprire questo vi aiuta ad apprezzare la vostra vita pur con tutte le difficoltà. Permettere a voi stessi di avere la vostra esperienza è la porta d’accesso all’accettazione e all’amore di sé» (p. 114,5,6).

E, dunque concludendo, se abbiamo a che fare con un “sentire” è di questo che abbiamo da servirci, come illustra Welwood.

Immaginate, per fare un esempio, che siate reduci da un’esperienza con qualcuno che vi ha invaso, offeso, provocato o altro. È dannoso dar libero corso a pensieri di odio, rabbia o disperazione. Questi pensieri sono un veleno che nuoce al vostro corpo ed alla vostra mente, per cui invece di attardarvi nei pensieri provate con il “sentire” e centratevi sul sentire compassione e comprensione per quel qualcuno che ha, molto probabilmente, alle spalle una lunga storia di sofferenza che ha determinato, come caso particolare, quel comportamento che vi ha disturbato. Vi può essere di aiuto chiudere gli occhi, fare un profondo respiro e visualizzare voi stessi e la persona che vi ha disturbato di qui a duecento anni. Poi potrete assaporare tre respiri profondi e consapevoli per riportarvi pienamente nel presente. Questo ha un effetto immediato di guarigione e vi potrete sentire alleggeriti, disponibili, rientrati in voi stessi, tornati a casa, laddove il procedere con i pensieri vi manterrebbe in una situazione di mal-essere senza riuscire ad uscirne o che, nell’inconsapevolezza, potrebbe avviare azioni distruttive ed auto-distruttive.

Altri strumenti congruenti con il “sentire” sono la Meditazione, largamente usata in Oriente, oppure il concentrare l’attenzione sul respiro, inspirazione ed espirazione, portando l’attenzione al Cuore, per sentirsi collegati al corpo ed alleggerire il peso emozionale che ci ha invaso. Scrive ancora Thich Nht Hanh: “Inspirare in consapevolezza ci dà una libertà sorprendente… il processo di guarigione comincia quando inspiriamo in consapevolezza… Quando inspiriamo e concentriamo l’attenzione sull’inspirazione, unifichiamo corpo e mente… succede qualcosa di meraviglioso: il nostro discorso interiore interrompe il suo chiacchiericcio… possiamo fermare l’attività di pensiero” [7]. Anche la tranquilla accettazione paziente delle delusioni è, magari, un nuovo “sentire” da acquisire assieme alla com-prensione ed alla Compassione con una buona comunicazione interiore, prestando estrema attenzione nell’evitare i confronti e fidando nella “nobile verità” Buddhista dell’impermanenza. Anche il farsi accompagnare, immergersi da/in una musica che ci commuove può concorrere a riportarci nell’amorevolezza. La strada regia, comunque, è quella del far Consapevolezza di cui al citato libro che ho scritto che, naturalmente e per essere uno scritto, si avvale anche del “pensare”, di conoscenze ed esperienze, tutto però finalizzato al “sentire”.

Da quanto sopra appare chiaramente che il lavoro da fare non è con i “pensieri”, ma con il “sentire” e, dunque per concludere, se si è di fronte ad una situazione del “fare” vanno bene i pensieri che diventano controproducenti se si è di fronte ad una situazione esistenziale, relazionale, anzitutto con se stessi e, poi, con gli altri.

Così come la saggezza popolare recita che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, analogamente mi piace considerare che “tra il pensare, sapere e l’essere c’è di mezzo il mare”.

 

[1] “Trasformare la sofferenza”; 2015, p. 26.

[2] Una più chiara ed accettata distinzione tra linguaggio e campo operativo/razionale ed esistenziale/relazionale farebbe cadere la polemica tra scienza e umanesimo, tra economia e religione (che contesta l’efficienza, l’organizzazione etc. che appartengono al piano operativo) a vantaggio di una convivenza e integrazione con reciproco rispetto. In altre parole e in metafora, la matematica non ha niente a che fare con la poesia e viceversa, ognuna avendo le sue ragioni di esistere e necessità senza dover entrare in contrapposizione. C’è bisogno di entrambe, così come della testa e del cuore, del maschile e del femminile. I confini tra il tempo dell’intimità e il tempo degli affari sono, invece, molto spesso confusi e le due aree confluiscono l’una nell’altra.

[3] Op. cit., p. 58.

[4] Per quanto la Psicologia Cognitivo-comportamentale fa risalire le emozioni ai pensieri da ‘ristrutturare’ per migliorare la conseguente diversa e migliore emozione, c’è da notare che le emozioni possono provenire direttamente ,specie al risveglio, dal Sistema Limbico ove sono depositate esperienze di traumi, ferite, shock ed altro attraversate nel passato remoto e di cui, magari, nemmeno ci si ricorda.

[5] “Amore perfetto, relazioni imperfette”; 2015. Vincitore, negli Stati Uniti, del premio “Libri per una vita migliore” e candidato per il Quantum Age Book Award.

[6] Op. cit., p. 109.

[7] Op. cit., p. 20,1.

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza