TORTO & TORTA

TORTO & TORTA

Un decisivo passo del mio far Consapevolezza è stato, in caso di frustrazione, quello del saper distinguere se si tratta di un torto che sto ricevendo o di una torta che non mi stanno dando.

Può darsi infatti che:

  • sto ricevendo un torto, ovvero qualcosa che non mi piace e non volevo, ovvero vengo invaso nei miei spazi di libertà e tranquillità. Ad esempio, vengo giudicato, criticato, deriso oppure trattato con condiscendenza oppure subissato di pretese;
  • non sto ricevendo la torta, qualcosa che mi piacerebbe e che vorrei, ovvero l’altro/a non fa quel che io mi aspettavo e che mi avrebbe fatto piacere. Ad esempio, non ricevo l’attenzione che avrei voluto, oppure non vengo abbracciato con l’entusiasmo e la gioia che desidero, oppure non riesco ad avere una buona comunicazione etc.

Il problema relazionale mi sembra si riduca alla gestione di questi due casi. Che fare che faciliti la relazione, la faccia crescere piuttosto che soffocarla in estenuanti Discussioni che fanno lo Scontro??

Quando ricevo un torto, non vengo rispettato, trovo utile e imprescindibile che io mi prenda la responsabilità di me stesso (senza aspettarmi difensori di ufficio o che sia l’altro a rendersi conto che mi ha ferito) per dire “NO, così non va bene per me!!”, ponendo assertivamente e in modo determinato i limiti che l’altro non voglio che superi. Quando l’altro, attraverso il mio NO, viene portato a riflettere sul suo operato e prova a mettersi nei miei panni, è molto probabile che condivida la mia risposta esprimendo un “mi dispiace” e, magari, diventi più consapevole di suoi aspetti più o meno sottilmente aggressivi, di cui non si rendeva conto. La relazione può così riprendere e svilupparsi in modo sano. Tra adulti consapevoli che scelgono responsabilmente, piuttosto che bambini che si aspettano la pronta soddisfazione. L’espressione del mio NO diventa utile sia a me, per difendere il mio benessere, sia all’altro, per la consapevolezza che ne può acquisire, sia alla relazione, per la crescita di intimità che ne può derivare.

È preliminarmente importante verificare quanto il torto che stiamo ricevendo possa dipendere da noi stessi. Io sono stato ‘ammaestrato’ per essere e fare il ‘bravo’ per cui spesso finisco per assumere, senza accorgermene, l’atteggiamento del ‘professore’ anche se non mi piace e so essere deleterio perché crea distanza. Questo mi mette qualche volta nella situazione di ricevere critiche e giudizi che io so essere invasioni e che odio, ma che tuttavia so di dover far risalire al mio atteggiamento provocatorio e, quando ne divento consapevole, mi viene da riderne insieme agli ‘invasori’.

Quando, invece, non ricevo la torta mi accorgo, e lo constato nelle altre persone, come sia facile cadere nella protesta/discussione, sostenuta da una rabbia di fondo, o nella lamentela, con un dolore/dispiacere di fondo, o nella chiusura, in cui rabbia e dispiacere si impastano con l’orgoglio e la paura, in un miscuglio depressivo. Ma mi sembra che queste siano ancora le reazioni del bambino che continua a replicare i suoi vecchi comportamenti senza riuscire ad imboccare la strada della Consapevolezza. Provate ad immaginare, ad esempio, una persona che vi incalza con un: “voglio la torta, voglio la torta… hai capito?”; “…allora vuol dire che non mi ami!”; “…e dopo tutto quello che io ho fatto per te!”. Cosa ne pensereste?

Certamente il ricevere la torta è fonte di gratificazione. Ci fa sentire riconosciuti, visti ed amati. Ma è come un regalo, non la si può pretendere [1] . Io, da bravo anti-dipendente che professava strenuamente l’autonomia, mi ero educato a fare a meno dei regali e, quando ne ricevevo, provavo imbarazzo piuttosto che piacere, immaginandomi che, in cambio, avrei dovuto pagare un prezzo in termini di una qualche obbligazione che mi avrebbe tolto autonomia e libertà. Oltretutto, siccome mi ritenevo così poco degno di amore, avevo il timore che l’altro potesse fingere, attraverso un regalo di ‘cose’, un apparente amore per me che nella sostanza non c’era, per non essere espresso verbalmente ed emozionalmente a chiare lettere. C’è voluto tempo e lavoro su me stesso per iniziare a sentire il piacere di ricevere e fare regali. Come eredità positiva delle vecchie abitudini mi è rimasta la contrarietà a pretendere.

Quando non ricevo la torta, mi accorgo, peraltro, che spesso c’è un mio volere di più di quel che già ho. Come se non mi bastasse mai. E sento che l’insoddisfazione mi viene dal mio Bambino Ribelle e, passando attraverso il Giudice interiore, diventa giudizio, svalutazione, rifiuto. Devo connettermi con il mio Bambino Vittima per frenare l’irruenza del Bambino Ribelle che “pretende” e che mi porterebbe alla solitudine e all’isolamento, in cui si dilaterebbe il dolore del Bambino Vittima. In altre parole, quando non ricevo quel che vorrei, sento scattare immediatamente la rabbia che, osservata però alla luce della Consapevolezza, mi fa constatare che sto pretendendo e che è di torta che si tratta. Questo osservare, facendo distacco, sposta il sentire dalla rabbia al dolore per quel che non ho potuto ricevere. Un dolore che si collega al senso della “mancanza” e che sposta, perciò, il sentire dal Bambino Ribelle al Bambino Vittima. E così il mio atteggiamento cambia: dal rifiuto, attacco, alla disponibilità, amorevolezza.

Qual è allora il comportamento dell’adulto consapevole? Cosa fa e come prende la frustrazione per la torta non ricevuta??

Il primo passo mi sembra sia fare Consapevolezza sulle proprie aspettative/pretese per verificare quanto siano compatibili con la situazione, con la disponibilità e le potenzialità dell’altro che non dà la torta, tenendo sempre presente che il pretendere influisce negativamente sulla qualità dei rapporti perché crea un più o meno consapevole risentimento ed allontanamento da parte degli altri che, anche se non possono o non riescono a dire di no, sentono, più o meno consapevolmente, di essere prevaricati.

Poi, credo, si debbano fare i conti con l’accettazione positiva della propria solitudine, arrendendosi alle situazioni che non si possono cambiare, con la fiducia di poter cercare e trovare altrove alternative di piacere. Supponete una giornata di pioggia quando vi aspettavate una bella giornata di sole per andare al mare, credo che pochi stiano lì a protestare e sbraitare o lamentarsi e deprimersi o chiudersi orgogliosamente. Certamente ci potrà essere una delusione, ma la maggior parte delle persone decide per qualcosa di alternativo da fare e che, pure, sia utile o dia piacere. Con il tempo e gli oggetti ci riesce più facile gestire la frustrazione da torta in modo adulto.  Con le persone che ci interessano diventa più difficile e, senza nemmeno fare in tempo ad accorgercene, scadiamo nei comportamenti reattivi del bambino.

Ancora una volta, piuttosto che scivolare nelle consuete, automatiche reazioni nei confronti dell’esterno sarà utile interrogarci su cosa sentiamo al nostro interno e da dove ci proviene quel sentire, da quali antiche ferite. Forse quella dell’abbandono o della mancanza di riconoscimento che sono dentro di noi da tempo e la situazione non ha fatto altro che risvegliare, offrendoci l’occasione per Osservarle e prendercene cura senza responsabilizzare qualcun altro.

Che si tratti di torto o di torta possiamo in ogni caso osservare come scende la nostra energia vitale, la gioia. “Possiamo osservare quanto ci siamo ritirati dalla persona che ci ha ferito, magari fino al punto di tagliare ogni connessione. Possiamo osservare quanto giudichiamo quella persona o svalutiamo l’amicizia o l’amore che ad essa ci legava. Se si tratta di un amante possiamo osservare come l’energia sessuale diminuisca o scompaia del tutto. Possiamo sentire come la nostra fiducia sia in crisi” [2]. Possiamo Osservare come subito scattano le nostre reazioni di attacco, rancore o fuga, negazione (non voler vedere/sentire o anche minimizzare quel che è successo) o inibizione, chiusura e rassegnazione. E possiamo scegliere di non entrare in reazione e utilizzare questi momenti per portare luce sul dolore e sulla paura che sono dentro di noi.

Per chiudere e in definitiva, quando è:

  • torto, dobbiamo imparare a dire di NO, porre i limiti, con determinazione e assertività, per salvaguardare il nostro sentirci bene;
  • torta, dobbiamo imparare a lasciar andare, ACCETTARE la Realtà così com’è, la nostra solitudine (che non è una condanna o definitiva perché possiamo sempre cercare e incontrare gli altri) e trovare situazioni alternative che pure ci facciano piacere. Come facciamo di fronte ad una giornata di pioggia quando, invece, avremmo voluto il sole per andare al mare. “Tutte le vostre difficoltà e i vostri problemi dipendono semplicemente dal fatto che non volete crescere…compreso il risentimento (abbastanza comune) verso l’altro che non fa abbastanza per voi…vi irritate, vi lamentate, vi intristite, date la colpa agli altri o a voi stessi. Quali benefici ricavate dal vostro atteggiamento infantile? Se qualcosa va male, un adulto esamina la situazione, vede ciò che può fare, e non pensa a nient’altro, perché tutto il resto è solo spreco di energie” [3].

Il caso della “torta” è l’occasione che ci viene offerta per conoscerci meglio e lavorare sulle nostre ferite. È terreno per usare la nostra creatività (cercando alternative di piacere) mentre, magari e paradossalmente, lamentiamo la mancanza di situazioni che ci consentano la sua espressione, ad esempio nel lavoro. È la sfida che la Vita ci pone per crescere, diventare adulti consapevoli, misurandoci con il sentire quel che di spiacevole succede dentro di noi.

È interessante notare che nel difenderci dal ‘torto’ abbiamo tutto il diritto di opporre il nostro NO, tant’è che, nei casi limite, esistono Istituzioni cui possiamo anche chiedere aiuto (forza pubblica, magistratura). Non esistono invece Istituzioni preposte a difenderci dalla mancanza della ‘torta’, proprio perché lo Stato presuppone una comunità di adulti. Vi immaginate la risposta di un posto di polizia, cui andate a ‘denunziare’ il partner perché non vi ha fatto la telefonata che aspettavate o non si è ricordato del vostro compleanno?? Oppure perché non vi capisce, ascolta, stima, ama come e quanto piacerebbe a voi??

So che tutto questo è più facile a dirsi che a farsi. Per intanto, però e per cominciare, è utile aver chiarezza su idee e direzione di marcia. Già il semplice porci la domanda se si tratti di un torto o di una torta ci permette di contare fino a dieci, come si dice, e non scivolare immediatamente nelle reazioni automatiche, che sono improduttive e dannose.

[1] La pretesa della ‘torta’ anima, invece, largamente le discussioni e degrada il rapporto e le possibilità di benessere con se stessi e con gli altri. La convinzione emblematica e da pensiero magico sottostante la pretesa è, ad esempio, che “se lui/lei fosse intelligente e sensibile e nell’amore farebbe/direbbe quel che fa piacere a me!!”. Se di conferme ci fosse bisogno per rendersi conto della negatività del pretendere si consideri che, a ben vedere, la pretesa corrisponde a quel che il buddhismo indica come la causa della sofferenza: l’attaccamento (Seconda Nobile Verità).

[2] Krishnananda e Amana, “Fiducia e sfiducia”; 2004, p. 132.

[3] Almaas A H.: “Il cuore di diamante”; 1999, p. 162.

 

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza