NON SI PUÒ NON CRESCERE

NON SI PUÒ NON CRESCERE

Anche per la crescita spirituale si può formulare un Assioma come quello per la Comunicazione che recita: “Non si può non comunicare” (cfr. Watzlawick). E così mi appresto a dimostrare anche per la crescita in Consapevolezza: “Non si può non crescere“.

Parto dal bisogno di “appartenenza” che si trova alla base della Piramide di Maslow sui bisogni (data per scontata la soddisfazione, nella società Occidentale, del sottostante bisogno di “sopravvivenza”) e constato come il bisogno di appartenenza sia così forte, immanente, pervasivo, totalizzante, che gli individui si affannano per avere un partner, una Famiglia, un Gruppo di amici (con i giovani che si assembrano davanti ai bar, pub, solo per sentirsi insieme), far parte di Gruppi politici o sportivi o socio-culturali, e, se vivono da soli in casa, si prendono un animale domestico che costituisce pur sempre la presenza di un’energia vitale.

Questo estremo bisogno viene, poi, ingentilito e trasfigurato dalla parola “amore” che rimane solo una parola, una pseudo-emozione, come direbbe Fromm, ‘appiccicata’ all’esperienza sensoriale del bisogno di appartenenza, senza nessuna esperienza sensoriale dell’Amore vero e proprio.

È di tutta evidenza come, sotto ed a mobilitarli, ci sia l’inconsapevole senso di paura e solitudine, più o meno confusamente avvertito. E, tutto questo, si porta dietro un grande adattamento con accettazione passiva o schiavitù, connessa alla paura di non essere accettati, col che sono gli altri ad essere padroni delle loro vite. Mi torna alla memoria la genialità di Massimo Troisi con il suo film: “Pensavo fosse amore ed era un calesse”.

Sono in molto minor numero quegli individui che, sentendo di avere capacità e curiosità, si mobilitano per soddisfare i bisogni di ordine superiore (“individuazione” ed “Autorealizzazione”).

Teilhard de Chardin l’ha ben raccontato con la sua metafora della gita in montagna: in un bell’albergo in una vallata tra splendide montagne, si decide per una gita all’indomani. Partono tutti eccitati e contenti nel fresco della mattina presto. Iniziano a salire lungo un sentiero che si arrampica sulla montagna, quando, a mattina inoltrata inizia a farsi sentire il caldo. Diversi gitanti iniziano a brontolare, pentendosi di non essere rimasti in panciolle sulle sdraie lungo la piscina. E, comunque, proseguono fino ad arrivare su un pianoro dove si decide di far sosta e rinfrancarsi. I più, a questo punto, dicono: “stiamo così bene qui, nel tepore del Sole e con un magnifico panorama, chi ce lo fa fare a continuare ad arrampicarci. In fondo rivediamo solo e soltanto il sentiero che abbiamo percorso fin qui.” Solo in pochi continuano l’arrampicata.

Tempo fa qualcuno, a riprova della storiella di Teilhard de Chardin, mi ha detto: “ma se io sto tanto bene su un gradino, quello dell’appartenenza, perché mi devo dar da fare per salire sul successivo gradino?”, che è il ragionamento della maggioranza silenziosa che lì staziona, nella soddisfazione del solo bisogno di appartenenza.

Questo, però ed al contrario di quel che se ne può credere, non fa ben-essere, perché quei bisogni di ordine superiore alla “appartenenza”, ovvero di “individuazione/riconoscimento” ed “auto-realizzazione”, premono da dentro inconsapevolmente e l’aver abdicato ad essi genera un conflitto interno “e in questa situazione conflittuale (ci) si ammala… psichicamente… (si) perde il proprio equilibrio, la consapevolezza di sé, la capacità di compiere scelte, non (si) sa più che cosa… sia bene o male (per sé)… Se ci votiamo alla superfluità… soffocheremo la ricchezza che ci portiamo dentro e che ASPIRA ad attuarsi” scrive Fromm (“L’amore per la vita”; 2007, p. 12,3), e, con grande probabilità, il mal-essere psicologico finisce per somatizzarsi e diventa mal-essere fisico.

Se cercate conferme e volete fare una prova esperienziale sul conflitto interno, provate a chiedervi e sentirvi come siete messi rispetto ai contrastanti bisogni di “sicurezza” e “libertà”.

Con la generalizzata somatizzazione del disagio psicologico interno e l’enorme consumo di famaci, la domanda che sorge spontanea è: “quanto si potrebbe risparmiare a livello di spesa sanitaria se gli individui si impegnassero in una crescita in Consapevolezza, riducendo notevolmente lo shopping farmacologico?”

Si può anche abdicare alla crescita in Consapevolezza, ma l’Esistenza aspetta sempre ognuno dietro l’angolo con un potente randello che fa tanto più male, quanto meno si è saliti lungo scala di soddisfazione dei bisogni, ovvero cresciuti in Consapevolezza, per cui, prima o poi, c’è sempre da far i conti con i bisogni che sono rimasti insoddisfatti. Tanto vale, quindi, prenderne coscienza per tempo, in modo che quelle ‘randellate’ facciano meno o per niente male.

Da cui la conclusione che se non si cresce, oltre alla sofferenza psicologica, si aggiunge la sofferenza fisica, a seguito di somatizzazioni. Non c’è alternativa: se non si cresce si soffre soltanto…

Ecco perché mi prefiguro la istituzionalizzazione di una educazione alla Consapevolezza auspicandomi la fioritura di un nuovo Illuminismo, non più alla luce della sola Ragione, che ha fatto lo Sviluppo scientifico e tecnologico dello star bene materiale, ma alla luce, questa volta, della Consapevolezza, per portare in conto anche l’elemento umano con le sue problematiche, perché lo Sviluppo sia anche Progresso – nei suoi aspetti di Cultura, relazioni sociali, modi di vita, essere etc. – che consenta un sentirsi bene, o perlomeno meglio. Anche perché, come ha scritto la sensibilità di una donna, Thubten Chodron, “sono convinta che la continuità di una specie non sia assicurata dalla sopravvivenza dei più forti, ma dalla sopravvivenza dei consapevoli”. Aggiungerei che quel che ci rende spiritualmente superiori agli animali è la capacità di far Consapevolezza, con una tensione alla Bellezza, all’Armonia, all’Amore e l’Amore è Vita, come la Vita è Amore.

Mettete un

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza

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