LA MALEDIZIONE DEL GIUDICE INTERIORE

LA MALEDIZIONE DEL GIUDICE INTERIORE

Ho già pubblicato questo Post, con lo stesso titolo, in cui trascrivevo una Poesia, riportata da J. Bucay (“Lascia che ti racconti”) che si è ispirato a Leo Both, in cui trovavo ben espresso e poeticamente, il dramma della lotta che conduciamo per liberarci dall’oppressione del Giudice interiore e della responsabilità che ci fa carico per trovare all’interno di noi “il diamante nascosto”.

Questa stessa poesia ho riportato alla fine del mio libro “Consapevolezza è meglio”, notando che Bucay consegna questa poesia ad un suo ipotetico cliente alla fine di un ipotetico ‘lavoro’ con lui. Non prima, perché forse non avrebbe capito.

Ora trovo nel grande Fromm (candidato per ben cinque volte al Nobel) una considerazione assonante che mi conferma e mi dà piacere. Scrive Fromm: “… il senso del «dovere» … dell’uomo moderno… è intensamente colorato di ostilità contro l’io. La «coscienza» [quel che nel mio libro “Consapevolezza è meglio” ho connotato come “Giudice interiore”, appunto, e diffusamente esemplificato] è un aguzzino, che l’uomo mette dentro sé stesso. Lo spinge ad agire secondo desideri e fini che egli ritiene suoi, mentre in realtà sono l’interiorizzazione di imperativi sociali esterni. Lo perseguita con rigore e crudeltà” (E. Fromm; “Fuga dalla libertà”; p. 91). Fromm connota con «coscienza» questa interiore struttura psicologica e, a mio parere, trovo che tale connotazione sia confusiva (altri la usano con diverso significato) e non renda bene il senso del suo contenuto, laddove la connotazione «Giudice interiore», sempre a mio parere, rende meglio il suo contenuto (così come Osho faceva nell’usare la connotazione «poliziotto interiore»), come ben rappresenta ed evoca la Poesia che segue (ridotta, per evitare, quanto possibile, l’abbandono dei tanti che vanno di fretta):

“quando eri privo di protezione, esposto,
quando eri vulnerabile e bisognoso
sono apparso nella tua vita
tenendo per mano il pensiero magico…
Ho diviso la tua anima in un mondo di luce e in un mondo di ombra.
Un mondo di ciò che è bene e un mondo di ciò che non è bene.
Io ti ho provocato il senso della vergogna,
io ti ho mostrato tutto quello che in te
è difettoso,
brutto,
stupido,
sgradevole…
ti ho sussurrato all’orecchio
che qualcosa in te non andava bene.
Esisto fin da prima della coscienza…
Fin dal principio del tempo,
quando Adamo si vergognò del proprio corpo…
Sono diventato potente con il passare del tempo,
ascoltando i consigli dei tuoi genitori su come
avere successo nella vita…
E ora finalmente,
potente come sono…
posso trasformarti
in un mucchietto di spazzatura,
in rifiuti,
in un capro espiatorio,
nel responsabile universale,
in un maledetto
bastardo
schifoso.
Generazioni e generazioni di uomini e donne
mi sostengono.
Non puoi liberarti di me.
La pena che cagiono è talmente insostenibile
che per sopportarmi
dovrai passarmi ai tuoi figli,
così che mi passino ai loro figli
per i secoli dei secoli…
Mi sono camuffato da perfezionismo,
da alti ideali,
da autocritica,
da patriottismo,
da moralità,
da buone abitudini,
da autocontrollo.
La pena che ti cagiono è talmente intensa
che vorrai rinnegarmi,
e per farlo
tenterai di nascondermi dietro alle tue nevrosi…
Io ti ho insegnato la paura di essere rifiutato
e con questa paura ho condizionato la tua esistenza.
Dipendi da me per continuare ad essere
la persona ricercata, desiderata,
applaudita, gentile e piacevole
che oggi mostri agli altri…
……………………………

Tutto ciò cominciò quel giorno grigio
in cui hai smesso di dire con orgoglio:
‘IO SONO’.
E, vergognoso e impaurito,
hai chinato la testa
e hai sostituito le tue parole, i tuoi gesti
con un pensiero:
‘IO DOVREI ESSERE…’.
……………………………”

E, nell’epilogo, Bucay conclude:
“il compito di cercare all’interno…
il diamante nascosto…
è affidato a ciascuno di noi.”

Scrive Welwood (“Amore perfetto, relazioni imperfette”; 2015, p. 107) in assonanza con questo: «Se poteste dare un’occhiata nella mente della maggior parte delle persone trovereste che i più rimuginano intorno alla stessa preoccupazione: “Vado bene o no?”» ed è pazzesco, eppure provate ad ascoltare i discorsi correnti di quasi tutti, infarciti di giudizi, critiche… le persone parlano per bocca del loro Giudice interiore che continua a spadroneggiare dentro di loro. Perché mai se ci fa tanto male? Perché staccarsi dal Giudice interiore significa essere senza più punti di riferimento, liberi e la libertà è ansiogena, come ho scritto nel Post “La fatica di crescere” (https://www.facebook.com/veet.gagan/posts/10210633124290725). E, così, restiamo capaci solo di lamentarci, giudicare criticare… facendoci del male da soli e facendone agli altri senza possibilità di “incontro”, amorevolezza… Ed è e sarà sempre “fatica di vivere” senza poter mai attingere al “piacere di vivere”…

Per focalizzarmi meglio, allora, sulla liberazione da questa maledetta pressione che subiamo ad opera del Giudice interiore, mi corre l’obbligo di una precisazione utile allo scopo. Ho scritto, in apertura, della “lotta che conduciamo per liberarci”, ma, come osservava Osho, il lottare non libera perché nel lottare si rimane sempre e in ogni caso legati all’altro con cui si lotta. C’è da entrare nel “lasciar andare” in cui la presenza dell’altro, del Giudice interiore, non ci coinvolge più, né in termini di oppressione, né in termini di lotta. Ci è indifferente.

Ma come arrivare a questa indifferenza? Ci provo con un’esperienza personale che ho attraversato. Una mattina, appena alzatomi dal letto c’era la prevalenza del Limbico (in cui sono sedimentati Condizionamenti, traumi, ferite ed altro che si andato accumulando nel passato) rispetto al Neocorticale (sede dell’intelligenza, della Consapevolezza, della creatività… insomma delle funzioni più evolute del nostro cervello) perché durante il sonno anche il Neocorticale riposa mentre il Limbico continua a vigilare ed è per questo che credo che i sogni siano espressione del Limbico e rimandino fantasticamente a quel che in esso si è accumulato.

Dunque, al risveglio, ascoltavo la voce del Giudice interiore, che risiede nel Limbico, e che, sinergico con la Pigrizia, mi diceva che stavo inseguendo illusioni e che, tanto, tutto non serve a niente, è inutile e dove credo di andare… Pian piano mi sono immerso nei riti mattinieri della preparazione della mia colazione e l’azione che andavo svolgendo riaccendeva il contatto con il Neocorticale, con la Consapevolezza che mi diceva che la Pigrizia, l’assenza di azione, è depressiva e la lotta con il Giudice interiore è vana, non sortisce la liberazione dallo stesso, per quanto più sopra rilevato. La Consapevolezza mi ha detto che, anziché lo Scontro, avevo da praticare l’Incontro, ovvero colloquiare amorevolmente con il Giudice per coltivare la speranza, la Fiducia, perché se gli avessi dato retta sarei finito nella Depressione, nella morte civile (com’era nella mia Famiglia e nelle esperienze pregresse) ancor prima di quella fisica. E poiché nell’impotenza esistenziale (di fronte a malattia, vecchiaia, morte) non possiamo far altro che accettare, ho chiesto al Giudice che mi lasci indulgentemente vivere, accettando, anche lui, i miei errori che sono piccola cosa rispetto a tutto quel che sono riuscito a fare, essere, soprattutto. Chiedendo, anche a lui, così come io faccio con me, di volermi bene, come fosse il padre buono, amorevole e com-prensivo che non ho, purtroppo, avuto… mentre io, da parte mia, perdono e sento compassione amorevole per mio padre che ha costruito dentro di me (lui, in primis, e il Sistema in generale) la figura del Giudice interiore. E, con questo posso anch’io essere, a mia volta, amorevole con il mio Giudice, come fosse una rappresentazione di mio padre, di fronte alla cui bara piangevo a dirotto, per non essere riusciti a incontrarci nell’amore. L’incontro con mio padre che non c’è stato in vita e su cui piangevo a dirotto, può essere ora, al mio interno, con il Giudice interiore!!!

Dopo questo Lavoro fatto con me e dentro di me, ho notato una quiete amorevole che prendeva piede nel mio “sentire”, come un’espansione ed una leggerezza che avevano sciolto il risentimento che, come scrive Welwood (op. cit.), ci impedisce di entrare pienamente in contatto con il nostro Cuore perché è come una crosta protettiva che abbiamo messo, da bambini, per non sentire la ferita del non-amore e che ci ha chiuso e indurito il Cuore.

Osho affermava che la cosa più complessa che ci sia al mondo è la Relazione di coppia e, allo stesso modo, posso dire che è lo stesso anche per la Relazione con se stessi. E il grande matematico John von Neuman scriveva, appunto, “Se la gente crede che la matematica non sia semplice, è soltanto perché non si rende conto di quanto sia complicata sia la vita” …

Non mi rimane che raccomandare la lettura del libro di Welwood, “Vincitore del premio Libri per una vita migliore e candidato per il Quantum Age Book Award”, come riportato sul suo Sito.

 

Mettete un

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza

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