QUALE PSICOLOGIA ???

QUALE PSICOLOGIA ???

Inizio dalla preistoria, immaginando il terrore dei ‘primitivi’ a fronte di tuoni e fulmini, che li portava a rincantucciarsi nel fondo di una caverna, ‘inventando’ gli Dei cui chiedere protezione ed esorcizzare, in un qualche modo, il loro terrore. Erano di fronte al “Mistero” della Natura, di cui nulla sapevano.

Poi, è arrivata la Scienza, la Fisica, che ha spiegato il fenomeno, ha dissolto il “Mistero” di tuoni e fulmini e, ora, il nostro ben-essere non viene più scalfito da un temporale.

Il conoscere le cause di un fenomeno, elimina il terrore, la paura, perché ci restituisce il controllo, la capacità di potervi far fronte, da soli o chiedendo aiuto.

E, su questo trend, la Scienza e la tecnologia hanno acquisto sempre più autorità, avendoci aiutato a risolvere tanti “Misteri” della Natura.

Quel che è accaduto per la Scienza e la tecnologia non si è ancora verificato per la Psicologia che si trova ancora davanti al “Mistero” dell’essere umano, nella sua interiorità (dell’esteriorità ben se ne occupa la Medicina). La Psicologia sta ancora tentando di penetrare l’essere umano nel suo intimo per cercare di sbrogliare l’intricata matassa di pulsioni, emozioni, comportamenti, e fornire, come ha fatto la Scienza, conoscenze efficaci, strumenti, per poter avere, anche in questo campo, la consapevolezza delle cause del mal-essere e poter imboccare indirizzi di recupero del ben-essere.

La ricerca psicologica è iniziata a grande distanza di tempo da quella scientifica e Freud che ne è il capostipite risale solo alla seconda metà del XIX secolo e dunque è una ricerca alle prime armi, possiamo dire, ma che ha motivato molti ricercatori (fino al 2007 ho letto che esistevano oltre 300 approcci psicoterapeutici). Ma il “Mistero” è ancora tale, l’essere umano sembra insondabile nella sua Psiche e, se mi posso permettere la metafora, gli psicologi sono ancora come i ‘primitivi’ a fronte del “Mistero” della Natura. E, in assenza di una solida e comprovata soluzione psicologica al “Mistero” dell’essere umano, le persone, non solo diffidano della psicologia e se ne tengono lontane e, in mancanza di meglio, come i ‘primitivi’ vanno in Chiesa per chiedere protezione e soccorso…

Con questo quadro come premessa, a me sembra controproducente che gli psicoterapeuti, una volta specializzatisi in un tipo di approccio, restino ancorati a quell’approccio senza più mettersi in gioco per, magari, entrare in un altro tipo di approccio più evoluto, all’avanguardia, perseverando in una incessante Ricerca. Oppure, come si fa in Azienda in cui c’è un Settore addetto alla gestione ed un altro esclusivamente addetto alla Ricerca ed innovazione, anche nella Psicologia, a latere degli psicoterapeuti che esercitano e sono addentro al loro tipo di approccio, si potrebbe creare un Ente, una Struttura dedicata esclusivamente alla Ricerca e, una volta trovate nuove vie, si adopri per la formazione degli psicoterapeuti.

Non mi sembra realistico e onesto che un individuo sottoponga il suo mal-essere ad un terapista di vecchia Scuola in cui il termine “Ego” veniva ancora assimilato allo “Io”, inducendo confusione cognitiva. Ad esempio Jung sosteneva che “L’Ego è il complesso centrale della consapevolezza”, laddove, oggi “Ego” e “Consapevolezza” si è visto essere due ben diverse strutture o caratterizzazioni della Psiche, con lo “Ego”, peraltro ed in particolare, fonte di mal-essere per sé e per gli altri.  Quel che poteva essere di un certo aiuto nella seconda metà del XIX secolo, può non essere oggi efficace. Altri aspetti, invece, sono rimasti centrali anche negli sviluppi successivi.  Ad esempio Jung, con notevole lungimiranza, sosteneva che: “Nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso. Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con la confessione di una fede, o l’appartenenza ad una chiesa”. Per il suo aver dovuto specificare che il “religioso” non ha a che vedere con l’appartenenza ad una Chiesa (corrisponderebbe, infatti, ad essere ancora nella Dipendenza) io uso, appunto, il termine “Religiosità” ed è curioso e la dice lunga che nel Vocabolario non esista l’aggettivo corrispondente a Religiosità (tranne nella sua accezione di “scrupolosità”). L’ho fatto presente all’Accademia della Crusca, ma non ho ancora ricevuto risposta. Così pure Einstein, circa un secolo dopo e perfettamente in sintonia con Jung, scriveva: “L’essere umano è una parte di un Tutto che chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Il nostro compito è liberarsi dalla prigione delle Illusioni e di estendere la nostra Compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la Natura nella sua infinita Bellezza”. Einstein, al di là di essere ateo, esprimeva esattamente quel che può “sentire” una persona ‘guarita’, perché non rimanda alla religione o a Dio, il che sarebbe ancora uno stare nella Dipendenza, ovvero in uno stadio infantile, ma alla “Religiosità” che prescinde da ogni Religione o le comprende tutte, una Religiosità che appartiene a un ordine di esperienza differente da quello del sapere. È più profonda del sapere. È un sentire religioso che ci fa riverenti con la Natura e con il Prossimo. Mi riferisco a quella religiosità profonda incarnata da persone come Albert Schweitzer, il Mahatma Gandhi, Rabindranath Tagore. È questo, forse, lo stadio ultimo della crescita Spirituale, che non ha niente a che fare con la fede religiosa, come aveva ben precisato Jung. Si è cresciuti psicologicamente e Spiritualmente, passando dalla Dipendenza infantile alla Autonomia Adulta e responsabile (respons-abile = capace di risposta), dallo Stadio della “Personalità” a quello della “Individualità” e, da questo, a quello della “Universalità” (v. articolo “La crescita spirituale”) che porta, come effetto naturale, alla solidarietà e collaborazione. Perché, in questo stadio si è arrivati finalmente al volersi bene e, solo a questo punto, è possibile mettere in pratica l’insegnamento di Gesù: “ama il Prossimo tuo come te stesso”. Se non si arriva ad amare sé stessi non si riesce ad amare nemmeno e tantomeno il Prossimo, laddove quando si arriva finalmente, e sottolineo il finalmente, a volersi bene, l’amorevolezza trabocca verso il Prossimo naturalmente. Il filosofo Bertrand Russell fece, infatti, ben notare di come i “cristiani” nel corso della loro storia non abbiano mai messo in pratica quest’insegnamento di Gesù. Al di fuori di questo stadio l’Amore si predica, ma non si pratica e proliferano gli scontri, le guerre, cui assistiamo trascinati dall’Ego e dalla connessa brama di Potere.

Dunque per la Psicologia c’è sempre da andare avanti e rivedere quel che prima ‘sembrava’ spiegare e curare e, dunque, c’è da stare sempre al passo con le nuove visioni e non ci si può ‘fossilizzare’ su ‘modelli’ e ‘visioni’ del passato per riproporle oggi come valide. Sarebbe un po’ come se i ‘primitivi’ si fossero fermati alla ritualizzazione per ingraziarsi gli Dei per gestire la paura di tuoni e fulmini. Oggi sarebbero ‘anomali’ e irrisi, considerati “analfabeti di ritorno”. Se Freud, Jung o altri andavano bene ‘allora’ è sicuro che vanno bene anche ‘ora’??? Lo stesso Jung, con larga lungimiranza e modestia, scriveva: «Dobbiamo fare il salto oltre la psicoanalisi. Essi non sanno della rigenerazione, ma soltanto della generazione. La terapia dev’essere rinascita; ma la psicoanalisi non crede che l’uomo possa rinascere».

La Psicologia, inoltre, è latitante in quel che dovrebbe essere suo compito propedeutico e cioè l’alfabetizzazione della popolazione sui temi psicologici. Rimane chiusa nella sua torre d’avorio, aspettando che siano le persone a far appello ad essa, senza avere un minimo di informazione che le renda capaci di discriminare tra un bravo ed affidabile Professionista ed un venditore di Sogni, il che è già un eufemismo.

Solo per fare un esempio di larga portata gli individui non sanno che, dentro di loro, preme e domina, totalizzante e pervasivo, il bisogno di “Appartenenza” e cercano un partner, mettono su famiglia per soddisfarlo, MA, una volta che si siano accoppiati, soddisfacendo tale bisogno, non sanno che si affaccia un altro bisogno, quello di “Individuazione/Riconoscimento” per cui, all’interno della coppia, inizia un battibeccarsi per non essere stati ‘visti’, considerati, apprezzati etc. (con la donna, per fare un esempio banale, che reclama per non essere stata notata e valorizzata per il fatto di essere andata dal parrucchiere od aver cambiato rossetto… e l’uomo per non essere considerato per tutte la riparazioni eseguite in casa o per la sua promozione nel lavoro…). E, così, succede che, dopo aver scambiato per Amore quella che era la semplice soddisfazione del bisogno di “Appartenenza”, al primo, magari reiterato, conflitto di bisogni e senza nessuna competenza psicologica, si abbiano molteplici separazioni, anche dopo un breve periodo di convivenza.

Galimberti mi conferma in questa considerazione, perché su “D-la Repubblica” (14/1/17), scrive: “il dolore, a proposito del quale Eschilo diceva che «È un errore della mente». La mente, infatti, se ha solo quattro pensieri in testa, non ha strumenti per affrontare [la sofferenza], oppure, ancor peggio, [la sofferenza] è tanto più acut(a) quanto meno si è capaci di relativizzarl(a), dal momento che l’orizzonte della nostra coscienza [consapevolezza] è troppo angusto, perché ci si è tenuti per tutta la vita, e magari con orgoglio, lontani dalla cultura [Consapevolezza]”. Cioè, in assenza di Consapevolezza, la sofferenza è tanto più acuta, persistente e, per essa, la paura che non si sa come gestire, così come i ‘primitivi’ a fronte di tuoni e fulmini… Ed è interessante e non a caso, che per inciso, Galimberti, scriva “magari per orgoglio” a significare la renitenza delle persone a crescere, la resistenza al Cambiamento, supportata dell’Ego, come “meccanismo di difesa”, con il suo orgoglio, presunzione, supponenza, brama di potere (sono usuali e correnti frasi del tipo: “Vabbè, dai lo sappiamo che siamo tutti un po’ psicologi!” oppure: “ah io alla psicologia non credoo, ancora: “sai, anche io sono un po’ psicologo” per finire nello: “Io mica sono matto che debba andare dallo psicoterapeuta”)[1]. E su “la Repubblica” del 22/1/17 Eugenio Scalfari occupa due colonne per ‘spiegare’ di Psicologia, pur senza essere uno Psicologo e introducendo confusione. Ecco che, in assenza di una voce qualificata della psicologia, è naturale che altri intervengano a riempire questo vuoto.

Per concludere, due mi sembrano i mandati di cui la Psicologia avrebbe da farsi carico:

  • quello della alfabetizzazione della popolazione attraverso l’uso dei molteplici mass media disponibili, non escluso l’intervento nelle scuole, anche per sterilizzare le diffidenze nei propri confronti;
  • quello di far Ricerca e mantenersi sempre aggiornata senza radicalizzarsi su un unico approccio, magari non adatto per la persona che si voglia aiutare, con l’onestà e la deontologia professionale di dirottare la persona su colleghi con approcci più idonei per lei. La Psicologia non è ancora, come la Scienza, un Cantiere in perenne tumulto di Ricerca…

Avevo scritto tutto quel che precede il 22/1/17 in un Post, come ‘provocazione’ agli Psicologi (https://www.facebook.com/groups/carljungitalia/search/?query=q) e, circa 10 giorni dopo, l’1/2/17, Leonardo Seidita, valente psicoterapeuta, in atro Post (https://www.facebook.com/groups/carljungitalia/permalink/10155678698142646/), tra l’altro, mi scrive: “Alcuni recenti post hanno sollecitato pensieri e riflessioni circa la presunta efficacia percepita di alcuni modelli o paradigmi e metodologie del terapeuta rispetto ad altri, o una concezione della cura quale addestramento o indottrinamento del paziente ai costrutti, ai contenuti, alla terminologia propri dell’approccio teorico del terapeuta.”, equivocando, mi sembra, il mio intervento con un  indottrinamento del paziente al proprio modello, come se si fosse a scuola, e prosegue “Come se la cura consistesse in qualche modo nell’apprendimento e nella conoscenza del modello di lettura del funzionamento della psiche o della psicopatologia, proprio del terapeuta.”, sostenendo fortemente che quel che cura è “la relazione terapeutica in sé a partire dalle caratteristiche personologiche del terapeuta stesso (cosa che già Jung sosteneva con forza decenni prima)”, sottolineando che “L’unico nostro vincolo è il paziente: egli è il ‘come’ della psicoterapia.”, riportando il sacrosanto  avvertimento di Jung: “Impara tutto ciò che c’è di meglio, ma dimentica tutto di fronte al paziente” (C. G. Jung, 1959, “Bene e male nella psicologia analitica.”) insistendo, poi, sulla importanza di una libera disposizione dell’analista verso il paziente. E riporta come lo stesso Jung scriva che “La psicologia analitica… si occupa del fenomeno totale della psiche come esso esiste naturalmente, e dunque di una configurazione estremamente complessa, anche se questa può essere dissolta in complessi parziali più semplici. Ma anche queste componenti sono ancora estremamente complicate, e tutte senza eccezione, rappresentano nei loro tratti fondamentali delle grandezze non trasparenti. L’ardire della nostra psicologia di operare con simili incognite sarebbe arroganza, se una necessità superiore non esigesse l’esistenza di una tale psicologia e non le venisse in soccorso. Noi medici siamo costretti, per alleviare le sofferenze dei nostri pazienti, a trattare se necessario, fenomeni difficilmente comprensibili, e spesso incomprensibili, con mezzi insufficienti, oppure dubbi dal punto di vista del successo, e a trovare in noi il coraggio necessario e il corrispondente senso di responsabilità nel farlo.”, fino ad ammettere che “ogni individuo è una combinazione nuova, e unica nel suo genere, di elementi psichici, la ricerca della verità deve ricominciare nuovamente con ogni nuovo caso, perché ogni caso è individuale, e non può essere dedotto da nessuna specie di formule e premesse generali. Ogni individuo è un nuovo esperimento della vita eternamente mutevole ed il tentativo di una nuova soluzione ed un nuovo adattamento.” (C. G. Jung, 1928, “Psicologia analitica ed educazione – II conferenza”). Leonardo, sottolinea che esclude una “adesione cieca ad un ‘know how’ piuttosto che ad un ‘know to be’“. Ma da tutto quel che onestamente Jung ammette circa la complessità della psiche, le incognite da fronteggiare, i fenomeni difficilmente comprensibili, e spesso incomprensibili, i mezzi insufficienti, i dubbi, senza nessuna specie di formule e premesse, non fanno, mi sembra, che ribadire la mia perorazione della Ricerca in Psicologia, integrando al “know to be” anche il “know how”..

Tutto questo non fa che sottendere la necessità di Ricerca e quando Jung sostiene che “La psicologia analitica… si occupa del fenomeno totale della psiche come esso esiste naturalmente, e dunque di una configurazione estremamente complessa, anche se questa può essere dissolta in complessi parziali più semplici”, mi sembra si avvicini a quanto mi son permesso di ipotizzare, in apertura, e cioè la necessità di individuare le ‘strutture’ di base della Psiche, ovvero “complessi parziali più semplici”. Che, poi, “anche queste componenti sono ancora estremamente complicate, e tutte senza eccezione, rappresentano nei loro tratti fondamentali delle grandezze non trasparenti” non fa che lanciare ulteriormente la Ricerca per fare più trasparenza. Una Ricerca tanto più necessaria, quando: “Per ragioni della nostra professione dobbiamo affrontare i problemi più difficili e più oscuri” e, dunque c’è un estremo bisogno di chiarezza.

Io ipotizzo che durante la psicoterapia si fronteggiano due modi di “essere”, ovvero nelle parole di Leonardo, due “know to be” e tutto viaggia su “sentire” e “conoscere” o, meglio, “consapevolizzare” e mi torna alla memoria Rumi con “pensa di meno, senti di più” e Nisargadatta che, a chi gli chiedeva sull’utilità della lettura di libri spirituali, rispondeva: “All’inizio sono utili per aprire la strada, poi diventano ingombranti”. Cosa voglio stressare? Che la psicoterapia non può ruotare solo attorno al “Verbo” (Conoscenza), ma si deve fare “Carne” (modo di essere) attraverso il “sentire”. Si può ‘spiegare’ (dispiegare) qualcosa di ‘complicato’ (piegato in pliche), ma non qualcosa di ‘complesso’ che, invece, va ‘com-preso’, ovvero preso dentro attraverso un “sentire”, sia pure corredato di un “conoscere”. E se, come sto ripetendo, il “sentire” è pregnante, presuppone “un Altro relazionale” che non si dà “leggendo libri o opere di vari autori sul tema”, come scrive Leonardo.

Gli è che nella nostra Società ammalata di Ego (come lo intendo io e non Jung), nasce il ‘pretendere’ di far da sé, “leggendo libri o opere di vari autori sul tema” e attraverso questo, fare Interpretazioni che, nella presunzione dell’Ego, vengono assunte come ‘verità’, senza l’umiltà della verifica di quelle Interpretazioni, con cui si finisce, magari, anche nel contrapporsi al terapeuta, minando alla base la qualità del processo relazionale.

Io non sto sostenendo lo o/o (modello o relazione) che ho sempre sentito limitante, figlio del dualismo razionalista. Sento che lo spazio si allarga e si avvicina meglio alla Realtà se si parte da e/e (modello e relazione). Per venire al punto non ci sono “modelli, approcci, metodologie e tecniche” da una parte e “relazione terapeutica” dall’altra, ma i due aspetti viaggiano di conserva e, certamente, la relazione terapeutica fa la regia. In metafora, un Otorinolaringoiatra ha un suo variegato modello o approccio di base, con cui incontra nasi ed orecchie diversi sulle cui problematiche, che il paziente presenta, articola e gestisce la relazione che lui guida, tenendo conto sia del paziente che dei suoi modelli o approcci di base. Tutti abbiamo un naso e due orecchie, anche se differenti da individuo ad individuo. Così può essere per la Psiche, in cui ci sono certe ‘strutture’ di base che tutti abbiamo anche se variano da individuo ad individuo, come nasi ed orecchie. Strutture di base che Jung connotava come “complessi parziali più semplici” nella “configurazione estremamente complessa” della Psiche. E questo significa rifarsi alla Ricerca, per la Psicologia, come per l’Otorinolaringoiatria.

E, mi sembra ovvio che lo psicoterapeuta non segua il suo paziente con i suoi appunti in mano. È come per i Samurai che dopo aver appreso l’arte del combattere, facevano un anno di giardinaggio prima di iniziare a combattere, in modo che durante il combattimento non si perdessero nel pensare quale fosse la mossa più adeguata, ma agissero automaticamente, d’istinto. Ed è proprio questo che ribadisce Jung con il suo: “Impara tutto ciò che c’è di meglio, ma dimentica tutto di fronte al paziente“.

Quando, invece, Jung sostiene che: “Nulla di male se egli (il terapeuta) avverte che il paziente lo colpisce o addirittura lo ferisce…”, resto perplesso, perché mi fa immaginare il terapeuta ancora non è ben saldo nella sua “individuazione”, per dirla con Jung, e, forse, il paziente sta nell’oltre cui lui non è ancora arrivato… E, infatti, Jung sosteneva che lo psicoterapeuta “può guidare il paziente fino al punto in cui è arrivato lui, non oltre.”

Anche a me non piace la parola “tecnica” e mai penserei che un analista possa “condurre la terapia” basandosi su questa. Ma, come il Samurai e come ha ribadito Jung, è il suo “essere” che racchiude in sé conoscenze, esperienze, maturazione che tale lo fanno essere. Ed è questo che lo mette in grado di “condurre la terapia” e se conduce fa da Guida, bussola, e non sarà mai possibile che il suo “essere” “vari da paziente a paziente”. Quel che varia da paziente a paziente è la qualità della Relazione ed anche per gestire questa, l’analista dovrà avere la sua competenza.

È d’altronde evidente che il termometro del processo “analitico è dato dal cambiamento del rapporto che l’analista percepisce durante le ore d’analisi”, così come è pregnante, come sottolineato da Jung, la “importanza di una libera disposizione dell’analista verso il paziente”.

Mi ritrovo in Jung con entusiasmo quando afferma che nella Psicologia: “La nostra intenzione è di comprendere la vita nel modo migliore possibile, come essa si rappresenta nell’anima dell’uomo”, in una Ricerca continua che “non deve calcificarci… in forma di teorie intellettuali, ma dovrà diventare uno strumento che con le sue applicazioni pratiche migliorerà le sue qualità, tanto da poter servire nel modo più perfetto al suo scopo”. Il che è ancora fare Ricerca.

Mi terrorizza, invece, che lo scopo della Psicologia sia quello: “di raggiungere un migliore adattamento del modo di vivere degli uomini”. Questo, nella mia visione, sarebbe il fallimento della Psicologia che invece di aprire alla Libertà, fa l’adattamento sociale, quando: “Ogni società produce il carattere di cui necessita… il carattere degli uomini si sviluppa in modo tale che questi, in una determinata società, vogliono fare ciò che devono fare” (E. Fromm: “L’Arte di vivere”), ciò che fa la prigione dell’anima, e ne discende, come effetto naturale, che le persone si ammalino: “per non essere stati capaci, con l’aiuto del loro adattamento esterno, di dare un giusto sblocco al loro sviluppo più personale e più intimo”. Mi sembra del tutto fuori strada pensare a: “l’aiuto del loro adattamento esterno”, che più che fare aiuto, fa nevrosi ed alienazione. E su questo obiettivo dell’adattamento, Jung arriva a sostenere che, poiché “ogni individuo è una combinazione nuova… è un nuovo esperimento della vita eternamente mutevole ed il tentativo di una nuova soluzione ed un nuovo adattamento”, cioè a dire che lo psicoterapeuta è al servizio della Società.

E se: “Naturalmente può verificarsi il caso in cui il medico vede qualcosa che indubbiamente esiste, ma che il paziente non ammette o non è in grado di ammettere” perché mai debba darsi che “il suo comportamento vari da paziente a paziente” se non e solo per la qualità della relazione?

E, infine, visto: “che la gente ha una tendenza pericolosa a sbarazzarsi di qualsiasi responsabilità verso sé stessi” perché mai il terapista non può usare anche la bacchetta Zen???

Il 4/2/17 interviene nel confronto anche Emanuele Casale, valente junghiano e Amministratore principale della Pagina FB “Jung – Italia”, che, in altro Post (https://www.facebook.com/EmanueleCasale.JungItalia/posts/10211909363080178?notif_t=notify_me&notif_id=1486093850507626) mi riporta vari brani di autori diversi.

Tra l’altro e in particolare mi cita Aldo Carotenuto (“Amare Tradire: Quasi un’apologia del tradimento”; p. 26) che scrive: «Tuttavia esiste all’interno di ciascuno di noi una forza che ci spinge a raggiungere una individualità esclusiva e irripetibile, quella stessa che gli gnostici declinarono come “scintilla” e che Meister Eckhart affermò risiedere, in modo costitutivo e ultimativo, nell’anima» che mi riporta a quel che ho scritto nell’articolo “La Trascendenza”. E, a conforto del mio farmi “Promotore di Consapevolezza”, lo stesso Carotenuto riporta di Jung: “lo sviluppo della personalità è tra le cose più preziose” (Jung 1929-57, p.29). Si tratta “di dire di sì a se stessi, di porsi dinanzi a se stessi come il compito più grave” (ibid., p.30). E, prosegue Carotenuto, “È questa la più grande opera d’arte che ci sia dato di realizzare: possiamo lavorare e applicarci a ogni campo, ma l’opera di cui siamo i grandi artisti, i veri maestri, è la nostra individualità, e per conseguirla dobbiamo raggiungere la nostra dimensione più profonda” (Amare Tradire: Quasi un’apologia del tradimento; p.26).

Ora per tornare alla mia provocazione alla Psicologia perché faccia Ricerca ed alfabetizzazione, Emanuele mi offre di Hillman che scrive: “la psicologia sembra non saper bene come muoversinel tentativo di rintracciare il segreto dell’individualità” (James Hillman – Il codice dell’Anima) e mi piace e conferma Hillman nello scrivere che “Le scuole di psicologia più rigorose espellono addirittura il problema dai loro laboratori” (id.).

E, per quanto notavo prima che le persone, in mancanza di meglio, vanno in Chiesa per chiedere protezione e soccorso, scrive ancora Hillman che “il rifiuto di queste spiegazioni non comporta di chiudere gli occhi gettandosi nelle braccia di una qualche Chiesa” (op. cit.) ed è per questo che nel farmi “Promotore di Consapevolezza” non faccio che perseguire la diffusione di uno strumento, un paradigma, che permetta il raggiungimento della “Individuazione” che “avviene soltanto se se ne è consci”, come riporta Emanuele di Jung (C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga, Seminario tenuto nel 1932, Bollati Boringhieri, p.53).

Ma, propedeutica alla “Individuazione” c’è la conoscenza di sé ed a tale scopo se gli Psicologi “frammentano quel puzzle che è l’individuo in fattori e tratti di personalità, in tipologie, in complessi e temperamenti” (Hillman; op. cit.), io sono dell’idea e nell’esperienza che si possano individuare nella Psiche delle ‘strutture’ costituenti che tutti abbiamo, anche se con connotazioni diverse per ognuno. Tutti abbaiamo un naso e due orecchie, anche se nasi e orecchie sono diversi per ognuno di noi. Così come scrive Marie Louise von Franz: “Tutti i pini si assomigliano (altrimenti non li potremmo classificare come pini), ma nessuno è esattamente simile a un altro” (“L’individuazione nella fiaba”) …

Quella che Jung definisce come “Individuazione”, io la definisco “Individualità” (v. articolo citato: “La crescita spirituale”), a seguire lo stadio iniziale della “Personalità” e se il raggiungimento della “Individualità” è fondante perché l’individuo viva la sua unicità, eseguendo “la più grande opera d’arte che ci sia dato di realizzare”, come sostiene Carotenuto, il Viaggio non è ancora concluso perché è proprio Jung che afferma: “Nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso. Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con la confessione di una fede, o l’appartenenza ad una chiesa”. E, dunque, a seguire la “Individualità” c’è la “Universalità”, collegata alla “Religiosità” che corrisponde a quell’atteggiamento religioso, presentato da Jung, al di fuori di qualsiasi confessione di fede o appartenenza ad una Chiesa. Ed Einstein, circa un secolo dopo, ben rappresentava questo stadio scrivendo: “L’essere umano è una parte di un Tutto che chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Il nostro compito è liberarsi dalla prigione delle Illusioni e di estendere la nostra Compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la Natura nella sua infinita Bellezza”. Questo, per me, fa il “risiedere… nell’anima”, affermato da Meister Eckhart, nel divino dentro di noi.

E se “ci accorgiamo di quanto sia difficile la scoperta dell’individualità” (C.G. Jung – L’io e l’inconscio), ancora più difficile è la scoperta e l’immersione nella “Universalità” …

[1] Non voglio sottacere che l’Ego è anche un motore biologico che vale a darci energia ed interesse utili alla sopravvivenza ed alla gioia, mirando al perseguimento del risultato ed alla soddisfazione dei desideri. MA non permette la cura e manutenzione delle Relazioni, non sa creare un contesto amorevole. Come riportato nell’articolo “L’Ego: pro e contro” e sostenuto da Andreoli, una vita all’insegna dell’Ego è una vita senza amore.

 

 

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza