L’EGO, PRO E CONTRO

L’EGO, PRO E CONTRO

Ma perché, mi chiedo, l’Ego è così pervasivo e totalizzante negli esseri umani se, poi, lo paghiamo con tanto stress, per l’intenso impegno che ci assumiamo, e mal-essere, a seguito di frustrazioni, insuccessi, fallimenti???

L’Ego è sostenuto e rinforzato dall’energia rossa e vitale della rabbia repressa ed è incredibile la quantità di cose che uno fa per prendersi la rivincita, per imporsi agli altri, per fargli vedere chi è e quel che vale, per dimostrare a se stesso e agli altri di cosa è capace, in una competitività astiosa, esasperata, pazza, che lo trascina però a vette insospettabili in vista delle quali ricusa la sua stanchezza e il rispetto degli altri. Se la vetta è raggiunta si sente un Dio, onnipotente e onnisciente, se non ci riesce si sente un inetto, un fallito. C’è sempre dentro di lui una voce che chiede: “vado bene o vado male?” e la sua vita è un continuo oscillare tra momenti di esaltazione e momenti di abbattimento.

Tutto questo ha determinato il grande Sviluppo tecnico, scientifico ed economico, da una parte, e, purtroppo, le Guerre, dall’altra. C’è da chiedersi: “Cui prodest?”. Se, da una parte, possiamo vantare uno “star bene” materiale, per chi se lo può permettere, dall’altra possiamo lamentare la miseria degli esclusi, gli scontri e le Guerre che annullano anche quello “star bene” materiale. Tutti, poi indistintamente sono esclusi dal “sentirsi bene” emozionale, ovvero se c’è stato Sviluppo, non c’è stato Progresso.

Una possibile risposta al perché l’individuo si faccia catturare dall’Ego, sta nel voler evitare di prendere contatto, sentire l’angoscia esistenziale di fondo (di cui all’articolo “Quale verità???“) che è propria dell’essere umano, che ne sia consapevole o no, visto che tutti abbiamo da affrontare malattia, vecchiaia e morte, a fronte di cui siamo impotenti ed il senso di impotenza genera latente depressione con cui non è certo piacevole convivere, per cui l’individuo cerca, più o meno consapevolmente, tutti i modi per ‘non pensarci’ cercando compensazioni che valgano a distrarlo. Una tra le principali, inconsapevoli, compensazioni sta nella ricerca del Potere gerarchico, sotto la spinta dell’Ego, appunto. Il potere gerarchico è il potere che si ha sull’esterno, sull’avere risorse esterne disponibili ed al proprio servizio (e che induce, con buona probabilità, l’atteggiamento del pretendere), laddove il potere personale, derivante dalla Consapevolezza, si basa sul senso del proprio valore, di ‘potercela fare’, della fiducia in sé stessi e nella Vita, della connessione con gli altri e con la Natura. È il senso del con gli altri e non su gli altri. Se, dunque, il potere gerarchico sembra dare agi e benessere, nella realtà non regge alla prova dello star bene da soli con se stessi, non mette al riparo, a livello profondo, dal latente senso di vuoto, mancanza, inquietudine fino alla depressione[1]. Non c’è, dunque e a ben vedere, il sentirsi bene con se stessi fino in fondo.

Non posso negare, per averlo sperimentato direttamente o indirettamente, che il potere gerarchico, con il successo e i vantaggi che ne possono derivare, dia un’eccitazione, un’euforia che ne fanno come una ‘droga’ da cui diventa difficile staccarsi. È anche vero che, poiché tale potere comporta l’essere sempre in attività, permette di non scivolare nello stato di inibizione, connesso all’angoscia esistenziale, che comporterebbe abbattimento, avvilimento, latente depressione, e dunque può essere funzionale al mantenimento del proprio superficiale benessere, pur se si rimane protesi unicamente verso l’esterno, ci si sovraccarica di stress e non ci si sente bene con se stessi fino in fondo.

Dunque se, da una parte, l’Ego ci permette di avere una vita attiva, esaltante, pur con gli alti e bassi connessi, rispettivamente, ai successi ed agli insuccessi, fallimenti, dall’altra, nel tenerci lontani dall’angoscia esistenziale, ci separa da noi stessi ad un livello più profondo per contattare la nostra fragilità e vulnerabilità che aprono all’amore. Per cui una vita all’insegna dell’Ego è una vita senza amore.

Vale la pena allora approfondire l’analisi sull’Ego, alla ricerca della sua natura e delle sue dinamiche. Ed è quel che mi propongo di fare in quanto segue.

L’Ego è come un “falso Io” che si ‘gonfia’ o si ‘sgonfia’ per effetto dell’approvazione o disapprovazione sociale (o del proprio Giudice interiore). Si gonfia quando si sente il più bravo, il più forte, il più, più… e reagisce fortemente quando si sente minacciato di svalutazione. È estremamente suscettibile.

Possiamo immaginare e constatare, guardando a molti dei personaggi pubblici, come sotto l’aura del Potere ci sia un forte Ego. L’Ego ama, infatti, il potere gerarchico che rappresenta come una droga psicologica e permette una autostima superficiale derivante dai tributi esterni ricevuti. Molto spesso ci può essere il ricorso alla vera e propria droga della cocaina il cui uso, infatti, si va sempre più diffondendo.

La vera e radicata autostima può venire, invece, solo dall’interno, dal senso del proprio potere personale, dal sentire ed essere consapevoli del proprio radicamento nella realtà, dalla fiducia nelle proprie capacità, accettandone serenamente i limiti. Perché, come scrive Peyrefitte, si è arrivati finalmente a volersi bene. Nel volersi bene si sente una dolcezza interiore che fa lenimento al dolore, alla paura ed alla solitudine esistenziali con cui si riesce a convivere sentendo, stranamente e contemporaneamente, la propria forza e consistenza nell’affrontare le alterne vicende della Vita. Perché si è passati attraverso la consapevolezza e l’integrazione della propria fragilità, vulnerabilità, valutata come un valore e non una debolezza. In ciò conquistando anche la capacità di amare.

Per il suo essere polarizzato sul potere gerarchico, di contro, “l’Ego non sa amare… è freddo, sa avvolgere e legare per sottomettere, per schiavizzare… Analogamente a Narciso, che crede di essere meglio di tutti…” scrive Vittorino Andreoli (“L’uomo di vetro”; p. 14, corsivo mio). “L’Ego è transeunte, un falso sé. Tu non sei il corpo. Tu non sei la tua mente. Tu non sei il tuo Ego. Tu sei molto di più di queste cose… tutto ciò che ha a che fare con l’orgoglio, l’arroganza, gli atteggiamenti difensivi, la paura – vale meno che niente. Questa parte dell’Ego ti tiene separato dalla saggezza, dalla gioia… devi trascendere il tuo Ego e trovare il tuo vero sé. Il vero sé è la parte permanente e più profonda di te. Essa è saggia, amorosa, sicura e gioiosa” (B. Weiss: “Molte vite, un solo amore”, p. 85, corsivi miei).

La nostra attuale società, perlomeno quella Occidentale, figlia dell’Illuminismo, si è ammalata di Ego, narcisismo, consumo di droghe, le più varie, e non potrà guarire, a mio parere, se non alla luce di un nuovo Illuminismo che ponga al suo centro non più e solo la celebrazione della Ragione, ma anche e soprattutto della Consapevolezza. In ciò ponendo anche fine agli “scontri” per praticare gli “incontri”.

Qui voglio solo aggiungere che il potente che non sa amare crea danni non solo a livello della sua vita personale “poiché rimane solo e odiato” (Andreoli, op. cit.; p.26), ma anche a livello sociale. Perché, come il narcisista e tutti coloro che si centrano sull’Ego per rifuggire il dolore, la paura, la solitudine, il vuoto, cioè la propria vulnerabilità/fragilità che scambiano per debolezza e come tale disprezzano, non possono nemmeno essere Cittadini che si fanno carico responsabilmente e partecipano al benessere della Comunità di appartenenza, ricavandone essi stessi un beneficio. Molto spesso sono solo “i furbetti del quartiere”, “i bulletti” interessati esclusivamente al sottomettere, alla prevaricazione, allo sfruttamento che fanno il degrado sociale con perdita di coesione e fiducia. La furbizia elevata a valore diventa un cancro sociale e “il potere è la più grave delle malattie del vivere sociale” (Andreoli, op. cit.; p. 141).

L’Ego si accompagna alla presunzione, al delirio di onnipotenza e onniscienza, alla mania di grandezza, al controllo, al giudizio ed alla critica unilaterali, al desiderio di dominio e così via. “È un ballo in maschera per nascondere la paura… capace di generare odio e inimicizia” (Andreoli, op. cit.; p. 28, 29). È solo la fragilità che porta alla “voglia di legame, di comprensione, di solidarietà e di amore… la fragilità non è un difetto, un handicap, ma la espressione della condizione umana… Una società fragile non è una società debole, semmai è una società saggia” (id. p. 28, 29). Per contro “i potenti sono semplicemente dei giganti d’argilla” (id. p. 146).

Alla domanda essenziale che la Vita ci pone e cioè come raggiungere il ben-essere, ci possono essere due risposte che fanno “la differenza tra l’essere forti e temuti oppure fragili e stimati… Il potere da una parte, la saggezza dall’altra… Il saggio sa che la serenità e altra cosa rispetto alla felicità a cui guarda il potere (l’Ego). La felicità è una sensazione acuta che si attiva a seguito di uno stimolo di piacere… strepitos(o). Terminato lo stimolo, la reazione finisce e rimane il vuoto. La serenità è uno status continuo, una condizione che non tramonta poiché si lega a una visione del mondo che si fa strutturale al vivere” (id. p. 31, 34, 35).

Andreoli mi suggerisce una definizione succinta di Consapevolezza: una visione del mondo strutturale e funzionale al vivere. Una tale definizione mi appare sintetica e suggestiva, senza essere tuttavia operativa, senza cioè rispondere alla prevedibile domanda sul come arrivare ad una tale visione.

Tenuto conto di queste due possibili risposte al vivere, mi viene da schematizzare le due possibili aree in cui le persone possono trovarsi prevalentemente. Da una parte l’area dell’Ego, dall’altra quella della fragilità, della vulnerabilità. È solo una schematizzazione tra opposti perché nella realtà non esistono gli opposti. Vediamo, pensiamo in termini statici di struttura e distinguiamo gli opposti: giorno/notte; buono/cattivo; bello/brutto; vita/morte etc. Nella realtà gli opposti distinti non esistono perché la vita è un processo e non una struttura: in ogni cosa, momento c’è un po’ di entrambi, in misura variabile nel tempo. Ad esempio, a partire dal giorno, in ogni istante c’è un po’ di giorno e un po’ della notte che verrà, finché diventa notte completa ma, già nell’istante successivo, c’è un po’ del giorno che arriva. Così ogni cosa è un po’ buona e un po’ cattiva; un po’ bella e un po’ brutta, con proporzioni variabili nel tempo. È un continuo fluire in cui gli opposti sono sempre compresenti, in misura variabile. La realtà contiene gli opposti, è sempre una loro sintesi. È per questo che le ‘verità’ sulla Vita, sulla realtà, sono paradossi logici, perché contengono gli opposti: ad esempio si sente la vera forza dopo aver accettato la debolezza; la pienezza della vita dopo aver accettato la morte; il rinforzo della sicurezza dopo essere passati per l’insicurezza; la vera autonomia dopo l’esperienza della dipendenza etc. Quel che ci appare come polo ‘positivo’ viene esaltato dall’accettazione del polo ritenuto ‘negativo’ che non fa più da freno energetico. “L’archetipo non è diviso in poli… in esso sì e no sono un’unica cosa. Non c’è né giorno né notte… Sul piano della visione, dell’intuizione, siamo al di là degli opposti, al di là del bene e del male” (J. Hillman: “Puer Aeternus”, p. 72,73,74).

Per visualizzare lo schema cliccare qui SCHEMA

 

Nello schema riportato, ove non fosse evidente, si può intuire che la via che vado delineando appartiene all’area della vulnerabilità all’interno della crescita in Consapevolezza con l’acquisizione di conoscenza ed esperienza, ovvero “competenze” per gestire positivamente istanze e turbamenti. Appare, inoltre, che nell’area dell’Ego c’è, sottostante, la rabbia della nostra parte Ribelle che se, da una parte, vale a dar forza all’Ego, dall’altra lo fa esprimere con una latente aggressività, anche se mascherata per opportunismo e/o regole sociali. Una rabbia che, molto spesso non è nemmeno sentita, ma che tuttavia si esprime per vie indirette, ad esempio attraverso la critica o il sarcasmo che sono forme socialmente accettate, laddove l’espressione diretta e ‘pulita’ della rabbia viene pubblicamente disapprovata. Altro atteggiamento che accompagna l’Ego, pressato dall’energia della rabbia, è quello del pretendere che aliena le simpatie degli altri. Quando poi l’Ego, e per esso la nostra parte Ribelle, si viene a trovare in una situazione di forte frustrazione può esprimersi in comportamenti distruttivi e auto-distruttivi.

Nella mia esperienza, mi sono reso conto, poi, che l’Ego può essere sia di tipo “operativo”, come nella maggioranza dei casi, quando l’individuo è proteso sul mondo esterno in cui opera, con l’obiettivo di pervenire al successo ed alla ricchezza, sia di tipo “spirituale”, quando è interessato alla Ricerca esistenziale e osserva il proprio mondo interno, con l’obiettivo di pervenire alla serenità, alla saggezza, alla completezza in se stesso, alla “gioia di vivere”.

In definitiva appare evidente che anche il farsi forza con la dilatazione dell’Ego non funziona, è solo un ulteriore illusorio tentativo per sentirsi bene e sfuggire all’angoscia esistenziale. Il raggiungimento di una vita più tranquilla, sensata e rilassata, che permetta un allentamento della “fatica di vivere”, richiede il trascendimento dell’Ego, in primo luogo di quello “operativo” e, dopo, di quello “spirituale” che, forse, è il più difficile da superare perché si maschera all’interno di una ‘fuga’ nell’immaginario, nella ricerca del trascendente, in cui si continua a parlare, ragionare sulle emozioni, sull’anima, sull’amore etc. C’è il ragionaresu’ un qualcosa di spirituale senza entrare nel sentiredi’ quel qualcosa spirituale. La ricerca spirituale alimenta ormai un grosso mercato: libri, conferenze, gruppi, trasmissioni radiofoniche e televisive, approcci new age etc. Si resta inconsapevolmente nella testa, portandosi dietro sogni, pretese ed aspettative, senza mettersi in gioco con la pancia per entrare nel sentire. È, in fondo, una forma di nevrosi, la più difficile da abbandonare perché dà l’impressione e la convinzione di essere sulla strada della ‘illuminazione’, della ‘salvazione’.

Alla fine, il compito che ci compete, dunque, è di trascendere l’Ego, di qualunque tipo sia, la cui genesi rimanda ad un’ipertrofia del bisogno di “riconoscimento”. Tutti gli Illuminati, scrive Osho, “sono d’accordo su un unico punto: bisogna lasciar andare l’Ego… Buddha dice: quando si lascia andare l’Ego non esiste alcun dolore...” (Osho: “L’arte di ricrearsi”; p. 28, 30).

 

[1] Il filosofo Blaise Pascal (1623-1662) scriveva, infatti, che “l’infelicità (dell’uomo) deriva da una sola cosa, che è quella di non riuscire a starsene tranquill(o) in una stanza (da solo)… Egli avverte allora la sua nullità, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Subito si leveranno dal fondo della sua anima la noia, la malinconia, la tristezza, l’afflizione, il dispetto, la disperazione”.

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Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza

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