QUALE VERITÀ???

QUALE VERITÀ???

Leggo di filosofi, teologi, psicologi alla ricerca della “verità” e così pure ci sono frasi correnti come ad esempio “la verità rende liberi” e persone che affermano di essere nella loro “verità”. Non ultimo Papa Francesco l’11/9/17 ha twittato “la carità aiuta a comprendere la verità e la verità esige gesti di carità” e Jung dà vaghe indicazioni sul come trovarla, quando scrive: «Non sai che la via verso la verità si apre solo a chi lascia da parte ogni intenzione?» (“Il libro rosso”; p. 31). Io mi chiedo sempre: “ma a quale verità ci si riferisce? Verità su cosa?” e resto interdetto, dubitando che esista una verità nella Realtà che “è quello che è” semplicemente, e questa è, forse, la verità ultima, elementare. Sembra che anche Dio abbia detto: “Io sono Colui che è ” …

Mi è, tuttavia, nato lo stimolo ad indagare sul nostro esistere per tentare di mettere a fuoco quella che chiamerò “verità esistenziale” che ci renda conto dell’intrigo dei fili che si intrecciano e annodano nella tela del nostro vivere. Sono ben consapevole che anche questa non è una verità, ma un’ipotesi da verificare attraverso ricerche, confronti, esperimenti, come avviene nel metodo scientifico. Sempre che sia possibile…

Abbiamo tutti a che fare con la angoscia esistenziale, visto che tutti abbiamo da affrontare malattia, vecchiaia e morte, a fronte di cui siamo impotenti e, nella generale inconsapevolezza, cerchiamo di “compensare” il mal-essere che ne deriva, con la Ragione o con i comportamenti automatici. I Filosofi, gli Psicologi, i fondatori di Religioni (Cristo, Lutero, Calvino, Confucio etc.), l’hanno fatto con la Ragione, cercando di decodificare il mal-essere che agita gli animi e dare una spiegazione che possa funzionare da rassicurazione. I “normali”, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, lo fa con i comportamenti automatici del bambino di fronte alla paura: correre a rifugiarsi tra le braccia della “mamma”[1] (da cui la enorme pervasività, immanenza e totalizzazione del bisogno di “appartenenza”) e, così, nasce la Famiglia che dovrebbe fare da madre “vicaria”, ma siccome non c’è Consapevolezza, con le connesse “Arti” dell’essere, del vivere, della Comunicazione, dell’amare, la Famiglia diventa sede di ‘sfoghi’, ‘compensazioni’, ‘scontri’, ovvero finisce per produrre altro mal-essere nei singoli della Famiglia (incomprensioni, scontri, gelosie, tradimenti, lotta per il potere etc.).), con ben probabili psicosomatizzazioni che compromettono anche il benessere del corpo (ahi la spesa sanitaria che esplode!).

Inoltre, e come “Funzionari della Specie” (cfr. Schopenhauer), siamo agiti dalle pulsioni sessuale (per la riproduzione della Specie) ed aggressiva (per la difesa della prole)[2]. E dunque possiamo dire che:

alla luce della Consapevolezza, la ‘verità’ è che abbiamo a che fare con la angoscia esistenziale e, nella nostra vissuta impotenza, cerchiamo compensazioni di più vario genere[3]. Ma le “compensazioni”, vissute nella Inconsapevolezza, non solo non risolvono il problema alla base, ma proprio per il fatto di essere vissute nell’Inconsapevolezza, producono ulteriore mal-essere. Alla luce della Consapevolezza si considera l’Amore (quello reale e non la malintesa soddisfazione del bisogno di “appartenenza” con il correre a rifugiarsi tra le braccia della “mamma”) come unica, sana, risorsa atta, tuttavia, solo a consolare[4], alleviare il peso della “angoscia esistenziale”, non certo a risolverlo, eliminarlo, non essendo eliminabili malattia, vecchiaia, morte.

Inoltre, abbiamo a che fare con le pulsioni che abbiamo come “Funzionari della Specie” e, quindi, al di là della “angoscia esistenziale” che ci può bloccare, per mancanza di vie di uscita, siamo pur sempre in attività, agiti dalle pulsioni sessuale ed aggressiva.

In assenza di Consapevolezza, dunque, non se ne esce e si continua solo a girare in tondo ed a vuoto, rimestando nel mal-essere con il provare e ri-provare. L’Amore, anche se inconsapevolmente percepito come migliore risorsa “compensatoria”, in assenza di Consapevolezza non dà i frutti sperati per cui non risolve, anzi aggiunge ulteriore derivato mal-essere a quello di base connesso alla “angoscia esistenziale”.

E, allora, poiché l’Amore, quello reale, può essere scambiato solo tra ‘eletti consapevoli’[5], non rimane che imparare a gestire in proprio la “angoscia esistenziale” attraverso la paziente accettazione della stessa, senza farsi ‘catturare’ dalle istanze infantili di cercare rifugio nell’altro/a (sia esso/a persona fisica od Istituzione laica o religiosa di qualunque tipo, anche spirituale), come vicario/a della “mamma”, ciò che, nella solitudine di base propria ad ognuno, farebbe scattare anche il mal-essere della “mancanza esistenziale” a seguito di rifiuti, abbandoni, delusioni.

Come via suppletiva, a fronte dell’angoscia esistenziale e della conseguente latente depressione che essa comporta, come conseguenza del senso di impotenza, e che diventa sempre meno latente con l’età che avanza, la parola d’ordine diventa: “distraiamoci!” per non pensarci e cadere in depressione. Distrarci nei più vari modi, dalle “Nevrosi” – della iperattività; del ‘drogarsi’ per darsi piacere e non sentire (alcol, sostanze stupefacenti, cibo, shopping, divertimenti vari etc.); della fuga nella spiritualità – alla compagnia a tutti i costi, alla Famiglia, agli hobbies, ai corsi più vari, allo sport, ai viaggi, ai social network etc. Anche in questo caso con ben probabili psicosomatizzazioni che si ripercuotono anche sul ben-essere del corpo.

Ecco perché quella del far Consapevolezza è l’unica strada da percorrere, con l’acquisizione delle “competenze” per imparare a vivere, amare, essere bravi Genitori, Cittadini responsabili!!! In uno e nell’essenza, imparare a gestire il proprio pathos emozionale per decidere quale azione e comportamento risulti più vantaggioso per sé e per gli altri.

Questo a livello di Sistema esistenziale umano. Se provo a spostare il microscopio sul Sotto-Sistema Famiglia e per essa, più in generale, sulle Relazioni uomo-donna, mi viene da osservare che la donna come semplice “Funzionaria della Specie” ‘usa’, forse, l’uomo per la riproduzione e poi rivolge ai figli il suo bisogno di contatto e contenimento amorevole. È pienamente ed esclusivamente centrata sui figli e l’uomo viene da lei vissuto, magari, solo come un ‘accessorio’ per aiutarla nei problemi pratici della sopravvivenza. Nel suo essere pienamente ed esclusivamente occupata affettivamente dai figli non ha, poi, nessun interesse ad andare ‘oltre’, fare Ricerca esistenziale, far Consapevolezza, e contatta e vive nell’Anima occasionalmente, quando non completamente assorbita dalla pratica dei problemi della sopravvivenza.

L’uomo, per contro, non potendo direttamente generare, rivolge la sua creatività al mondo esterno facendo lo Sviluppo delle Scienze tecniche ed umanistiche. E, nel tentativo simbolico inconsapevole di sfuggire all’angoscia esistenziale, innalza torri, piramidi, obelischi, grattacieli che gli diano il senso di liberarsene e soddisfano il suo Ego[6]. In assenza di Consapevolezza diffusa si è, così, finora avuto Sviluppo tecnico-economico, con riferimento allo stare bene materiale, con poco o nessun Progresso nella qualità delle relazioni umane e della convivenza sociale, con riferimento al sentirsi bene emozionale. In ciò si può considerare un ritardo delle Scienze umanistiche (prima, fra tutte, la Psicologia[7]) rispetto alle Scienze tecniche. Come non ci sono mai state guerre in nome della Scienza tecnica, ci potrebbero essere grandi limiti all’innesco di guerre ove ci fosse una Consapevolezza universalmente diffusa[8]. Perché la Consapevolezza, come la Scienza tecnica, rimette continuamente in discussione le sue conclusioni e rimane aperta alle verifiche. Una Consapevolezza diffusa, ci potrebbe permettere, poi, di gestire sanamente le pulsioni sessuali ed aggressive, in modo da non farle degenerare in acting-out, comportamenti inconsulti, scivolando nella violenza sessuale sulle donne e fratricida sugli altri esseri umani. E, allora, perché nella Culture attuali (tranne nella Buddhista) Consapevolezza è solo una parola e non ancora un valore???

Alla luce di tutte queste considerazioni, risulta estremamente rara la possibilità di una Relazione uomo-donna che risponda al Sogno che tutti ci portiamo di una Amore profondo e romantico in cui ci sia armonia a livello sia di Cuore, sia di Intelletto, Sogno che quindi finisce per diventare Utopia. È come voler usare una pentola con funzioni di cacciavite!!! Garcia Márquez ha rappresentato poeticamente una tale utopia: “Si può anche pensare a una travolgente utopia della vita, dove sia certo l’amore e sia possibile la felicità” e torniamo alla rara possibilità degli ‘eletti’ consapevoli (v. nota 5).

La Realtà “è quello che è” con la donna aggregata a figli e nipoti e l’uomo solo con il suo fare (anche violenza nell’inconsapevolezza).

Dunque, alla resa dei conti, ognuno ha da conquistare in proprio il “mestiere di vivere” per passare dalla “fatica di vivere” alla “gioia di vivere” per darsi piacere con quel che c’è, trova, si procura, fa, centrandosi affettivamente sul volersi bene e darsi da solo il contenimento amorevole nel dialogo interiore. Ogni tanto potrà anche godersi il reale contatto fisico e contenimento amorevole con la persona dell’altro sesso o dello stesso che sia in grado di darlo.

Se siete arrivati a leggere fino qui, immagino che con buona probabilità vi possiate sentire, forse, disorientati e un po’ avviliti di fronte a questo panorama non certo entusiasmante, ma, come nelle belle favole, voglio aggiungere il lieto fine che porti il sapore della gioia di vivere.

Nella Realtà c’è l’integrazione degli opposti, per cui ogni cosa, situazione, ci si presenterà con aspetti che ci piacciono ed altri che non gradiamo. Aspetti piacevoli e spiacevoli, soggettivamente diversi per ognuno. Sta di fatto, però, che nulla è gratuito e ad ogni ricavo corrisponde il relativo costo, ad un “avere” corrisponde un “dare”.

E, allora, nel panorama descritto c’è anche la commovente Bellezza degli incontri, scambi, con gli amici che ci sono cari, della Famiglia che riusciamo a mantenere in un clima sereno e amorevole, della musica, della poesia, dei film, di una rosa che sboccia, di un tramonto dorato, della Natura tutta… Insomma, la Bellezza commovente che ci nutre a aiuta a vivere con piacere. La Bellezza da cercare e creare attraverso il rispetto, che è la forma più elementare e basilare di Bellezza[9], la gentilezza, l’apertura agli altri…

Ricordo ancora il film “I cento passi” sulla lotta di Peppino Impastato alla mafia e, mentre da un’altura, con un amico, contemplava lo scempio di costruzioni nella valle di Agrigento, ha un moto di ribellione ed esprime all’amico la necessità di una educazione alla Bellezza[10]. Perché chi ama la Bellezza non si può macchiare di nessun misfatto…

E abbiamo da imparare a vivere nel qui-ora, come fanciulli pieni di vitalità e Gioia, perché ancora ignari di malattia, vecchiaia, morte… invece di rifuggire nelle compensazioni, distrazioni e Nevrosi…

E, ancora, abbiamo da arrivare finalmente, e sottolineo il finalmente, a volerci bene, sentire il calore proveniente dal Cuore che si irraggia nel petto e in tutte le cellule, nonché la pienezza nel ventre…

Questi traguardi fanno, tuttavia, capo alla responsabilità di ognuno che ha da affrontare il Viaggio interiore e la crescita in Consapevolezza, perché “la via d’uscita è dentro” …

E qui si pone la necessità di una acquisizione della capacità di far Consapevolezza perché “La consapevolezza porta con sé una crescente sensibilità ed intimità nei confronti del vostro mondo interno ed esterno. Sentite in modo più profondo, siete più sintonizzati con le emozioni e le reazioni del vostro cuore. La consapevolezza vi insegna a leggere fra le righe. Vedete negli altri la solitudine, il bisogno e la paura che prima erano invisibili. Percepite, al di sotto delle parole d’ira, biasimo o ansia, la fragilità del cuore dell’altra persona. La consapevolezza apre i vostri occhi e il vostro cuore a un mondo di dolore e angoscia che prima si limitava a sfiorare la superficie della vostra coscienza[11].

Ed ecco quel che scrive Welwood[12] sul far Consapevolezza: «… conoscere e assumere attivamente quel che provate ed aprirvi ad esso. Il fatto di entrare consapevolmente in contatto con un sentimento – “Sì, è questo il sentimento che c’è” – inizia a liberarvi dalla sua morsa. Se potete aprirvi alla vostra paura o pena, e concentrare la vostra attenzione sull’esperienza dell’apertura in sé, alla fine potrete scoprire qualcosa di meraviglioso: la vostra apertura è più potente degli stessi sentimenti a cui vi state aprendo. L’apertura alla paura è molto più grande e forte della paura in sé. Tale scoperta vi mette in relazione con la vostra capacità di forza, bontà, stabilità e comprensione riguardo a qualsiasi cosa stiate attraversando. Questa è sofferenza consapevole, laddove “farsi sommergere o portar via passivamente dai sentimenti è inutile e futile. È sofferenza inconscia”. E, anche: «Quando riconoscete il fatto: “Ho paura”, non per questo significa che voi siete la paura [l’angoscia]. È invece un modo stenografico per dire: “Sono consapevole della paura che sorge nel mio corpo e nella mia mente”. L’”io” che può riconoscere la paura non ha esso stesso paura. È l’essere più grande che siete, la consapevolezza che può vedere e contenere qualunque cosa ci sia in voi, tutte la qualità, tutti i sentimenti, tutti i punti deboli, tutti i modelli di comportamento condizionati».

C’è da notare, altresì, che siamo animali sociali ed abbiamo bisogno l’uno dell’altro, alla luce del “da soli non si può”, e in questo sta la grandezza della Cultura Greca in cui ognuno si sentiva collegato con la Comunità di appartenenza. Questo collegamento orizzontale dell’individuo con la Comunità, è diventato verticale con l’avvento del Cristianesimo in cui ognuno si sente primariamente collegato a Dio, attraverso la Chiesa che su questo ha fondato il suo potere, perdendo di vista il suo collegamento con la Comunità. Ne è nato l’individualismo con danno alla solidarietà ed al prosperare della Comunità. Il Capitalismo ha rinforzato una tale tendenza individualista con la ricerca della ‘propria’ felicità attraverso lo “Avere”, collegato allo “stare bene”, più che attraverso lo “Essere”, collegato al “sentirsi bene”. Cercando la ricchezza in banca, più che quella interiore che meglio nutre l’inseguita felicità.

 

[1] Una per tutte sta la notazione di A. Miller che, alla fine del XX secolo, l’altro ieri, scriveva: «la maggior parte delle persone… vivono nella propria situazione infantile, irrisolta o rimossa» e fin dal 1700 Kant sperò che l’Illuminismo fosse “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri.”

[2] “Schopenhauer sosteneva che il nostro io non è colui che governa la nostra esistenza, ma noi siamo dominati da una volontà irrazionale che è la forza, la potenza della natura che ci prevede esclusivamente come funzionari per la sua autoconservazione. In noi ci sarebbe una doppia soggettività, una illusoria creata dal nostro io, dai nostri progetti, dai nostri desideri, dagli ideali che vogliamo realizzare, ma questo è un mondo di inganni e di illusioni, mentre il vero regista della nostra vita sta dietro le quinte ed è la Specie che ci prevede semplicemente come funzionari per la sua autoconservazione” (G. Catena: “Il vacuo fluire”; p. 419). L’ interesse della specie è, dunque, l’autoconservazione, per cui fornisce a ciascun individuo due sostanziali pulsioni inconsce: la pulsione sessuale per la riproduzione e la pulsione aggressiva per la difesa della prole.

[3] Una tra le principali, inconsapevoli, compensazioni sta nella ricerca del Potere gerarchico, sotto la spinta dell’Ego. Il potere gerarchico è il potere che si ha sull’esterno, sull’avere risorse esterne disponibili ed al proprio servizio (e che induce, con buona probabilità, l’atteggiamento del pretendere), laddove il potere personale, derivante dalla Consapevolezza, si basa sul senso del proprio valore, di ‘potercela fare’, della fiducia in sé stessi e nella Vita, della connessione con gli altri e con la Natura. È il senso del con gli altri e non su gli altri.

[4]Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole
.” (Leopardi: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”)

[5] Cioè con le “competenze” per integrare e gestire Animus e Anima, ovvero con la centratura, la completezza in se stessi, la determinazione, il potere personale, da una parte, e la ricettività, disponibilità, la flessibilità, l’interiorità, dall’altra.

[6] Per il suo essere polarizzato sul Potere gerarchico (v. nota 3) “l’Ego non sa amare… è freddo, sa avvolgere e legare per sottomettere, per schiavizzare” (V. Andreoli; “L’uomo di vetro”, p. 14). L’Ego si accompagna alla presunzione, al delirio di onnipotenza e onniscienza, alla mania di grandezza, al controllo, al giudizio ed alla critica unilaterali, al desiderio di dominio e così via. Sottostante c’è la rabbia che, se da una parte, vale a dar forza all’Ego, dall’altra lo fa esprimere con una latente aggressività, anche se mascherata per opportunismo. Tutto questo per rifuggire l’angoscia esistenziale.

[7] La Psicologia non è ancora un cantiere in perenne tumulto di Ricerca, come le Scienza tecniche, e Massimo Recalcati, recensisce (“la Repubblica” del 10/9/17) un libro di Antonino Ferro (“Pensieri di uno psicanalista irriverente”) che non si perita di segnalare con coraggio “dogmatismo, conformismo, eccesso di ortodossia e di riverenza verso il passato che impedisce l’apertura di nuovi sentieri di ricerca… una disciplina che… si ritrova imbalsamata da una fedeltà alla dottrina di tipo religioso”. A mio parere mette nel sacco dell’inconscio, tutto quel che non sa e che dovrebbe, più correttamente, nominare “inconosciuto” conoscibile, piuttosto che inconscio inesplorabile.

[8] Certamente questi limiti agiscono poco o nulla nel caso in cui il bisogno di “sopravvivenza” prevale e si impone.

[9] Non a caso Kant connotava il rispetto come suprema virtù, in quanto da essa discendono tutte le altre.

[10]Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore “ (Peppino Impastato).

[11] Christina Feldman: “Compassione”; 2007, p. 40,1.

[12] John Welwood: “Amore perfetto, relazioni imperfette”; 2015, p. 113, 121,2.

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza