LE RAGIONI DELLA FOLLIA

LE RAGIONI DELLA FOLLIA

 

La lettura dell’eccellente libro di Maurizio Ferraris “L’imbecillità è una cosa seria” (2016) mi ha offerto la possibilità di coniugare Ragione e Follia in un percorso che mi ha riportato il senso della “Divina Commedia” ed essendo un post-ingegnere ho tradotto in schema tutto quel che può sembrare un labirinto di considerazioni che, a volerle solo scrivere, richiederebbero un volume intero, senza, peraltro, avere una contemporanea visione d’insieme. Immagino, tuttavia, che lo schema possa risultare di non agevole ‘lettura’ per cui lo accompagno con una mia descrizione…

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Il punto di partenza è la Piramide dei bisogni di Maslow, posta al centro, per una più dettagliata conoscenza della quale rimando all’articolo «Le nostre onnipresenti ferite del “non-amore” e del “non riconoscimento”».

E, nella Piramide, parto dalla parte alta, apicale, in cui c’è il senso del , dell’Anima, del Divino dentro di sé, che riempivano l’animale uomo quando era nel Paradiso Terrestre ed era centrato unicamente sul proprio Sentire, né più, né meno di un fiore o una farfalla.

Ad un certo punto dello sviluppo darwiniano, nell’animale uomo nasce il pensiero. È lo “Shock primario”, per come lo connotava Luigi De Marchi, di quando ha visto, nella foresta ed accanto a sé, il suo compagno di caccia morto. O, per come lo connota Desmond Morris [1], la “scimmia nuda”, corredato di tutta l’imbecillità che Maurizio Ferraris simpaticamente analizza. È chiaro che, in questa fase, non ci può essere che la “Orda Selvaggia”, mossa da istinti e paura. È lo “Inferno”, facendo un parallelo tra il Viaggio evolutivo e la “Divina Commedia” del geniale Dante, in cui ognuno si porta dietro e dentro la frustrazione dei bisogni riportati da Maslow nella parte inferiore della Piramide, connessi alla sopravvivenza, sicurezza, appartenenza, riconoscimento. Le emozioni presenti sono la paura, il senso di confusione, smarrimento, solitudine, disperazione… È la sofferenza

Finché, pian piano, non prende piede e si radica sempre più la Ragione con una tensione al compito (centratura su Pensare, Testa) che ha fatto la nascita della Scienza/Tecnica con una più chiara attenzione ai bisogni di base.

Tutto questo ha fatto sì che si entrasse nel “Purgatorio”, quando nel buio della sofferenza si accende la luce della speranza, e lo Sviluppo tecnico-scientifico ha permesso una maggiore e più ordinata soddisfazione dei bisogni di base, permettendo lo “star bene” materiale. Certamente non c’è stata una soddisfazione generalizzata, per tutti i bisogni di base e per ognuno. Il “tutto a tutti” non è, infatti, realistico. Coloro che erano/sono largamente frustrati nella soddisfazione dei loro bisogni di base hanno, come si può intuire, accumulato rabbia che, se non repressa, ma esplosa, porta il ritorno alla “Orda Selvaggia” caratterizzata da violenza, sopraffazione, distruttività ed auto-distruttività. È l’emersione della Follia!!! Altra via per cercare di soddisfare i propri bisogni può essere quella del ricorso all’Astuzia, alla Furbizia, mantenendo la propria rabbia repressa… In tutto questo si può ritrovare “ciò che solitamente teologi e filosofi imputano al Male”, scrive Maurizio Ferraris (p. 82).

Se i bisogni di base sono largamente soddisfatti si può arrivare a percepire la “Scintilla” della Trascendenza, la quale, sostiene E. Scalfari (“la Repubblica”; 24/12/16): “Contiene un potere per conquistare il quale si combatte con tutti i mezzi a disposizione… La trascendenza insomma è la forma che domina il mondo e infatti gli sta al di sopra… La trascendenza insomma significa che nessun individuo può vivere senza sognarla e nel proprio ambito di vita averne una scintilla dentro di lui”. Questo fa la tensione a trascendere verso la soddisfazione del superiore bisogno di “Auto-realizzazione”. Ma, e sottolineo il “ma”, si tratta di vedere se c’è una focalizzazione sul “Sentire”, più che sul “Ragionare” soltanto. Se non si riesce ad uscire dalla Gabbia della Ragione, per effetto dei Condizionamenti ricevuti, è facile che si adotti la strategia del “sempre di più” che Watzlawick elenca tra le “Istruzioni per rendersi infelici” in “Di bene in peggio. Istruzioni per un successo catastrofico” (Feltrinelli; 1987), con il che non si può che prevedere il fallimento con il conseguente cadere nel nichilismo, a livello di pensiero, e nella depressione, a livello emozionale.

Se, invece, si ha la fortuna di integrare alla “Ragione” un potente “Sentire”, si può avere l’accesso al Paradiso, in cui si è nella tensione al Piacere ed alla Bellezza con una centratura sul Corpo e sul Cuore. In questo stadio i bisogni di base possono essere trascesi mettendo sullo sfondo la loro soddisfazione. Ho già scritto nell’articolo “La crescita spirituale” che «i bisogni di “appartenenza” e “Individuazione/riconoscimento”, una volta che si sia arrivati al volersi bene ed allo “Io” centrato e radicato, possono essere, essi stessi, trascesi, ovvero da bisogno possono diventare semplice desiderio. La differenza che c’è tra bisogno e desiderio, per esemplificare, è come quella che c’è tra fame ed appetito, la prima preme per essere soddisfatta, il secondo è per un piacere che può essere tranquillamente differito» … Per questa via si può arrivare a sentire la Gioia come stato dell’Essere e non solo come emozione transitoria, con l’attenzione al qui-ora con un senso di pienezza e completezza, non dissimile dall’essere come in uno stato di fiore o di farfalla, con una sensazione come di Follia, in senso lato… Il sentire e la tensione alla Bellezza fanno, inoltre, il pregiato sviluppo dell’Arte…

Si può, così, finalmente accedere al Progresso umano del “sentirsi bene”, che va al di là del solo Sviluppo tecnico-economico che c’è stato finora e che ha permesso lo “stare bene” materiale. Si può agevolmente com-prendere come tutto questo faccia il Bene condiviso che poggia sull’imprescindibile dotazione e sviluppo dell’Intelligenza.

In Appendice sento, per onestà, di dover esprimere anche le considerazioni in cui divergo da Maurizio Ferraris, in ragione delle nostre diverse esperienze esistenziali.

La prima riguarda l’idea dell’uscita dal paradiso terrestre per la quale Ferraris scrive: “l’uscita da paradiso che, a ben pensarci. È la forma più perfetta di imbecillità” (p. 74)… Trovo che lui, stando, forse, ancora nella razionalità logica, non è ancora potuto arrivare all’esperienza sensoriale del ‘ritrovarsi’ nel paradiso terrestre e, dunque e per difesa, non può che svalutare.

Poi, plaudo al suo scrivere che: “chi si crede troppo furbo è spesso più imbecille degli altri” (p. 77), una prima voce per tentare di sradicare la furbizia dalla posizione di “Valore”, che è tale solo in Italia, unico Paese al mondo, quando, in realtà, è, appunto, imbecillità perché manca della “intelligenza sociale” che era del pensiero greco e che il cristianesimo ha spazzato via, con il risultato che è sotto gli occhi di tutti. E, attraverso la “intelligenza sociale” si può dimostrare che la furbizia del singolo, alla fine, si ritorce contro di lui, come espresso anche dalla saggezza popolare che celebra del come: “è andato per fregare ed è rimasto fregato” … Ad onor del vero ho anche da riportare che  Ferraris, in altro passo scrive anche: “sarà anche vero che il progresso e persino il genio sono frutto dell’imbecillità, ma vuoi mettere i danni?” (p. 91). Ma, nella stessa pagina, associa lo “imparare a vivere” con il “farci furbi” e questo non è un sano messaggio sociale, per come ho considerato prima.

Quando poi scrive che: “il fondamento mistico dell’autorità può essere una fessaggine monumentale”, non distingue tra autorità e l’autorevolezza del Saggio che ha trasceso, stando in un fondamento Mistico, appunto.

Infine ed in epilogo, Ferraris scrive: “Così è la vita… soprattutto alla fine, quando sembra di avere appena incominciato a imparare a vivere e si scopre – come Husserl – che dobbiamo imparare a morire” (p. 105). Considerazione che non si regge, alla luce del percorso riportato nello schema, visto che se ci si impegna nello imparare a vivere, fino ad essere nella “Gioia di vivere” e nella Bellezza, si è anche imparato a morire, perché dopo aver attinto ad una vita di Gioia e di Bellezza, ci si sente pronti ed indifferenti al morire. Ciò che nella saggezza popolare è espresso dal: “vidi Napule e poi mori”, in cui si rappresenta il poter morire con leggerezza dopo essere passati per la Bellezza.

[1]La scimmia nuda. Studio zoologico sull’animale uomo”; Ed. Bompiani, 2001

 

 

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Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza

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