LA CRESCITA SPIRITUALE: –>”Personalità” –> “Individualità” –> “Universalità”

LA CRESCITA SPIRITUALE: –>”Personalità” –> “Individualità” –> “Universalità”

In sintesi e seguendo le chiare connotazioni di Osho, si sta ancora e quasi sempre e quasi tutti, nella Personalità, ovvero nelle maschere[1]  connesse ai diversi ruoli giocati: di lavoratore, di amante, di madre/padre, di nonno/a, fino a dichiarare esplicitamente che si è “una persona completamente diversa nei diversi ruoli”, con il bisogno di mantenere separati il proprio “pubblico” dal “privato”, cioè di quando si è al Lavoro o in Famiglia e con gli amici/he. Molto spesso si usa la parola “Identità” quando, in realtà, non ci si è ancora arrivati, stando, per il momento, a livello di Personalità. Ovvero in quello che viene definito come Falso Sé, con il connesso Ego.

C’è da notare che anche nella Pubblicità, che cerca di cogliere la più parte degli ascoltatori, si coltiva e sollecita l’Ego, nel messaggio subliminale di dover essere ‘super’ per ottenere amore, riconoscimento, successo!!! E, così, si coltiva la “Cultura del Narcisismo”!!!

Scrive Jung: «La Persona è un complicato sistema di relazioni fra la coscienza individuale e la società, una specie di maschera che serve da un lato a fare una determinata impressione sugli altri, dall’altro a nascondere la vera natura dell’individuo. La costruzione di una Persona collettivamente conveniente è una grave concessione al mondo esteriore, un vero sacrificio di sé, che costringe l’Io a identificarsi addirittura con la Persona, tanto che c’è della gente che crede sul serio di essere ciò che rappresenta».

Fromm ne dà un senso ancora più drammatico: “Ogni società produce il carattere di cui necessita… Dal punto di vista storico-biologico il carattere degli uomini si sviluppa in modo tale che questi, in una determinata società, vogliono fare ciò che devono fare; essi vengono cioè indotti dal carattere a pensare, a comportarsi, a reagire esattamente nel modo in cui è necessario, nelle condizioni sociali date, per la conservazione della società nel suo complesso” (“L’Arte di vivere”) o, in altre parole: “Ogni società produce il carattere di cui necessita… il carattere degli uomini si sviluppa in modo tale che questi, in una determinata società, vogliono fare ciò che devono fare” (op. cit.). E, ancora: “… il senso del «dovere» … dell’uomo moderno (in quanto Personalità) … è intensamente colorato di ostilità contro l’io. La «coscienza»[2] è un aguzzino, che l’uomo mette dentro sé stesso. Lo spinge ad agire secondo desideri e fini che egli ritiene suoi, mentre in realtà sono l’interiorizzazione di imperativi sociali esterni. Lo perseguita con rigore e crudeltà” (“Fuga dalla libertà”).

La stragrande maggioranza degli individui preferisce rimanere a questo livello, bloccata dalla paura di affrontare l’ignoto, entrare nella “Selva oscura” e l’Inferno della sofferenza. E, così, non volendo affrontare la fatica di crescere, si resta nel Conformismo, vittime della Cultura sociale manipolata dal Sistema di Potere che ci vuole servizievoli ed ubbidienti, nella competizione permanente, scadendo nel Paradosso di ‘sfogarsi’ attraverso la critica, il giudizio, le lamentele, la rivendicazione delle pretese, fino ai capricci, connotate come diritti, racchiusi nel proprio individualismo senza nessuna attenzione per gli altri, soprattutto per la Comunità, com’era proprio del pensiero greco.

Dante ha genialmente metaforizzato il Viaggio spirituale nella sua “Divina Commedia”, che già nel titolo dà un compendio del risultato del Viaggio, quando si è raggiunto il traguardo: quel che prima era vissuto come Tragedia, diventa, alla fine, “Divina Commedia”. In sintesi, il Viaggio descritto da Dante, inizia con la “Scelta”: se continuare nella vita codificata e condizionata di sempre, che è un “sopravvivere” piuttosto che il “vivere”, o mettersi in Viaggio, affrontar la “Selva oscura”. Una volta entrati nella “Selva oscura” si incontra la sofferenza dell’Inferno, supportata dalla Guida di Virgilio (la Conoscenza, anzitutto, il “pensare”), poi c’è un alleggerimento della sofferenza nel Purgatorio, sotto la Guida di Beatrice (l’Amore, il “sentire”), fino a pervenire alla Gioia del Paradiso, con la Guida di S. Bernardo (lo Spirito, il “trascendere”), per tornar “a rimirar le stelle”.

Per il fatto che la maggioranza rimane nella Personalità, coloro che sono in Viaggio iniziano a sentirsi ‘estranei’ rispetto alla maggioranza, con un senso di solitudine, sia per il sentirsi ‘diverso’, sia perché gli altri iniziano a guardarlo con sospetto: “Prova a pensare in modo leggermente diverso dalla gente… e tutti cominceranno a sospettare di te!!!… (Osho). Ma questo senso di solitudine è destinato a dissolversi lungo il Viaggio, perché una tappa fondamentale sta nell’arrivare, finalmente, a volersi bene e ci si sente in un contatto caldo e profondo con sé stessi. Scrive, infatti, Saramago: “La solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi, la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice”. C’è un passaggio di centratura dall’Ego/Mente all’Anima/Cuore, dal “pensare” al “sentire”. Mutuando Saramago è il passaggio dalla corteccia alla linfa profonda, dalla foglia alla radice. Nel volersi bene si sente una dolcezza interiore che fa lenimento al dolore, alla paura ed alla solitudine esistenziali con cui si riesce a convivere sentendo, stranamente e contemporaneamente, la propria forza e consistenza nell’affrontare le alterne vicende della Vita. Perché si è passati attraverso la consapevolezza e l’accettazione della propria fragilità, vulnerabilità valutata come un valore e non una debolezza. In ciò conquistando anche la capacità di amare.

Specialmente in Occidente, nello stadio della “Personalità”, c’è una centratura sull’Ego che si accompagna alla presunzione, al delirio di onnipotenza e onniscienza, alla mania di grandezza, al controllo, al giudizio ed alla critica unilaterali, al desiderio di Potere, dominio e così via. “È un ballo in maschera per nascondere la paura… capace di generare odio e inimicizia” (V. Andreoli: “L’uomo do vetro”; p. 28, 29). È solo accettando di sentire la propria fragilità che si può arrivare alla “voglia di legame, di comprensione, di solidarietà e di amore… la fragilità non è un difetto, un handicap, ma la espressione della condizione umana… Una società fragile non è una società debole, semmai è una società saggia” (id. p. 28, 29). Per contro “i potenti sono semplicemente dei giganti d’argilla” (id. p. 146). “L’Ego non sa amare… è freddo, sa avvolgere e legare per sottomettere, per schiavizzare… Analogamente a Narciso, che crede di essere meglio di tutti…” scrive Vittorino Andreoli (p. 14). “L’Ego è transeunte, un falso sé. Tu non sei il corpo. Tu non sei la tua mente. Tu non sei il tuo Ego. Tu sei molto di più di queste cose… tutto ciò che ha a che fare con l’orgoglio, l’arroganza, gli atteggiamenti difensivi, la paura – vale meno che niente. Questa parte dell’Ego ti tiene separato dalla saggezza, dalla gioia… devi trascendere il tuo Ego e trovare il tuo vero sé. Il vero sé è la parte permanente e più profonda di te. Essa è saggia, amorosa, sicura e gioiosa” (B. Weiss; “Molte vite, un solo amore”; Oscar Mondadori; Milano, 1997; p. 85).

L’integrazione della fragilità e vulnerabilità è la porta per arrivare finalmente a volersi bene, a vivere nel qui ed ora, a convivere serenamente con la precarietà senza più farsi catturare dai bisogni consumistici e del possesso. E, paradossalmente, l’integrazione della fragilità e vulnerabilità, valutate prima come debolezza, porta la forza. Perché le ‘verità’ sulla Vita, sulla realtà, sono paradossi logici in quanto contengono gli opposti: ad esempio si sente la vera forza dopo aver accettato la debolezza; la pienezza della vita dopo aver accettato la morte; il rinforzo della sicurezza dopo essere passati per l’insicurezza; la vera autonomia dopo l’esperienza della dipendenza etc. Quel che ci appare come polo ‘positivo’ viene esaltato dall’accettazione del polo ritenuto ‘negativo’ che non fa più da freno energetico. “L’archetipo non è diviso in poli… in esso sì e no sono un’unica cosa. Non c’è né giorno né notte… Sul piano della visione, dell’intuizione, siamo al di là degli opposti, al di là del bene e del male” (Hillman, “Puer Aeternus”; Adelphi; Milano, 1999; p. 72,73,74).

Se, dunque, si decide di intraprendere il Viaggio, a seguire la Personalità, crescendo Spiritualmente, in Consapevolezza, si può arrivare ad essere vera Individualità, quando si è gli stessi in qualunque virtuale ruolo si sia, perché si è centrati su sé stessi, sentendo, in particolare, la propria Forza e Potere personale (tutt’altra cosa rispetto al Potere Gerarchico, cui normalmente ci si riferisce)[3], nonché la Fiducia nel saper far fronte ai problemi, difficoltà, che si presentano, con le proprie risorse o chiedendo aiuto al prossimo, senza sentirsene sminuiti. Non si è più dipendenti dagli altri che si volevano, prima, compiacere, conquistare, controllare, sedurre etc. per potersi sentire al sicuro, amati, riconosciuti, usando le diverse maschere. Quando si è nella Identità, si è nel Vero Sé. Naturali attributi sono la Autenticità e la Spontaneità. È l’inizio della Auto-Realizzazione di Sé, posta da Maslow al vertice della piramide dei bisogni…

E la crescita non è ancora completata per arrivare a veramente godersi la Vita ed essere nella Gioia. Sostiene Osho che, a seguire, viene la Universalità, del quando ci si sente connessi a tutto e tutti, agli altri esseri umani, che diventano come ‘fratelli’ inducendo la solidarietà e la collaborazione, ed alla Natura, in una Religiosità che appartiene a un ordine di esperienza differente da quello del sapere. È più profonda del sapere. È un sentire religioso che ci fa riverenti con la Natura e con il Prossimo. Mi riferisco a quella religiosità profonda incarnata da persone come Einstein, Albert Schweitzer, il Mahatma Gandhi, Rabindranath Tagore.[4] Loro hanno seguito la strada dentro di sé, cercando riferimenti dentro di sé, sia pure guidati da Maestri ed esperienze diversi. Per dire di più sulla “Universalità” mi affido alle parole di Einstein: “L’essere umano è una parte di un Tutto che chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Il nostro compito è liberarsi dalla prigione delle Illusioni e di estendere la nostra Compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la Natura nella sua infinita Bellezza”. Così Jung introduce il termine della religiosità: “Nessuno guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso. Naturalmente questo non ha nulla a che vedere con la confessione di una fede, o l’appartenenza ad una chiesa”. Per il suo aver dovuto specificare che il “religioso” non ha a che vedere con l’appartenenza ad una Chiesa (corrisponderebbe, infatti, ad essere ancora nella Dipendenza) io uso, appunto, il termine “Religiosità” ed è curioso e la dice lunga che nel Vocabolario, come già riportato in nota, non esista l’aggettivo corrispondente a Religiosità. L’ho fatto presente all’Accademia della Crusca, ma non ho ancora ricevuto risposta.

Scrive Fromm: Per acquisire un sentimento di sé autentico quest’uomo deve evadere dalla sua persona. Deve smettere di aggrapparsi a sé stesso come a un oggetto. Deve imparare a sperimentare sé stesso nel processo di risposta creativa; il paradosso è nel fatto che nello sperimentare sé stesso egli deve perdere sé stesso. Allora egli trascende i limiti della sua persona, e nello stesso istante in cui sente «io sono», sente anche «io sono te», «io sono una cosa sola con il mondo»” (“L’atteggiamento creativo”). Prende posto la figura dello “Osservatore” (come meglio illustrato nel libro “Consapevolezza è meglio” che ho scritto anche per fare alfabetizzazione) che osserva, appunto, come dall’esterno e dall’alto, me stesso nei suoi livelli inferiori, in termini di situazioni (A), pensieri (B), emozioni (C), prescrizioni (provenienti dal Giudice interiore, descritto nel libro)[5] per risistemare il tutto, fare regia, (attraverso il filtro della Consapevolezza), per decidere cosa cambiare, con quale azione (D) intervenire che sia di vantaggio per sé  e per gli altri.

Appare che, come per qualsiasi altro mestiere, c’è da acquisire competenza anche per vivere, amare, essere Genitori, Cittadini. Ma i più preferiscono evitare, restare nell’ignoranza per paura di affrontare la “Selva oscura” e, così, restano nel Paradosso di ‘suicidarsi’ giorno dopo giorno per paure di morire… È il sopravvivere piuttosto che vivere…

Ora, per dirla in sintesi, qual è il succo dell’Imparare a far Consapevolezza? Sulla base di una buona Conoscenza psicologica, si può passare dal “Pensare/capire” al “Sentire/com-prendere”, dalla Testa al Cuore, per prestare attenzione a tutto quel che succede dentro di noi, in una contemplazione continua che porti Luce sugli angoli bui della Psiche per fare, appunto, Consapevolezza e capacità di gestione del proprio male-essere e dirottarlo verso il ben-essere…

Per inciso e non a caso i Maestri di Vita e Saggi Orientali venivano connotati come “Illuminati”, appunto per aver portato luce sugli angoli bui della loro Psiche… E in Occidente si fa riferimento a questi angoli bui con le connotazioni di Ombra, Inconscio, su cui, appunto, c’è da indagare attraverso un “Sentire”, consapevole dei ‘meccanismi’ della Psiche…

Sostiene, poi, il Dalai Lama: “Se sviluppi una forte attenzione per il benessere di tutti gli esseri senzienti e, in particolare, di tutti gli esseri umani, questo sentimento ti renderà felice sin dal mattino, ancora prima del caffè” (“Il libro della Gioia” con Desmond Tutu). Il che significa che a livello della Universalità/Religiosità si è acquisita la Gioia come emozione di base e relativamente stabile, come stato dell’Essere, non effimera, legata a particolari Situazioni o esperienze. È il completamento della Auto-Realizzzazione, passando dalla “fatica di vivere” alla “gioia di vivere “…

Nello stadio della Universalità si è completamente trasceso l’Ego (già largamente distanziato nella fase della Individualità), si “è” Amore, laddove nella Personalità si ambisce ad “avere” amore. Quel che Fromm ha, con lungimiranza ed acutezza, riportato nel suo libro “Avere o Essere”. Osho sosteneva che i più vari Maestri di Vita: Gesù, Buddha, Lao Tzu… hanno percorso sentieri diversi, i più vari, ma sono arrivati allo stesso traguardo: trascendere l’Ego, essere Amore. L’insegnamento di Gesù di “Ama il Prossimo tuo come te stesso”, che B. Russell osservava non essere mai stato praticato in tutta la storia della cristianità, diventa qualcosa di naturale e spontaneo perché l’amorevolezza che si ha dentro trabocca verso l’esterno. In precedenza, nella fase della Personalità e nel “far finta di essere sani”, come acutamente cantava Giorgio Gaber, si faceva finta di amare il Prossimo, in realtà usandolo per i propri particolari scopi.

È interessante notare che i bisogni di “appartenenza” e “Individuazione/riconoscimento”, una volta che si sia arrivati al volersi bene ed allo “Io” centrato e radicato, possono essere, essi stessi, trascesi, ovvero da bisogno possono diventare semplice desiderio. La differenza che c’è tra bisogno e desiderio, per esemplificare, è come quella che c’è tra fame ed appetito, la prima preme per essere soddisfatta, il secondo è per un piacere che può essere tranquillamente differito. Così il bisogno di “appartenenza” può essere trasceso con l’arrivare FINALMENTE a volersi bene, quando ci si sente in contatto con qualcuno/qualcosa dentro di noi e in un dialogo amorevole con se stessi, e rimane il desiderio che diventa selettivo (quando è bisogno si cerca la sua soddisfazione non importa con chi/cosa; quando è desiderio si può scegliere). Il bisogno di “riconoscimento” viene trasceso quando ci si arriva a costruire una solida autostima, verificata con i risultati e riscontri che si hanno del proprio fare nella realtà, e, anche in questo caso, il desiderio diventa selettivo. La soddisfazione di tali bisogni, richiesta nello stadio della “Personalità” comporta, invece, i suoi costi andando incontro, di norma e per quello di “appartenenza”, a stress, sofferenza fatta di delusioni, mancanza, gelosie, scontri etc. Il costo per la soddisfazione del bisogno di “individuazione/riconoscimento” sta nel connesso sviluppo dell’Ego che comporta, anch’esso stress, sofferenza quando non si sente di aver riscosso ‘successo’, nonché della solitudine per l’impossibilità di accedere all’amore e del continuo stare nella “Discussione” improduttiva e relazionalmente insoddisfacente…

In conclusione, finché si è nella Personalità, si resta Bambini[6] (molto spesso testardi, pieni di pretese, canalizzando in questo la propria Rabbia repressa, per essere nella fase della Contro-Dipendenza, per il subentrare del bisogno di “riconoscimento”), convinti caparbiamente di essere “Adulti”, in Realtà posseduti, identificati con il proprio Giudice interiore, attraverso cui si rimanda all’altro/a con cui si è in Relazione, la rivendicazione della soddisfazione delle proprie rispettive pretese, bisogni, attraverso critiche, giudizi, interpretazioni etc. che non fanno che rendere sempre più difficile ottenere la soddisfazione dei propri rispettivi bisogni, in una spirale distruttiva ed auto-distruttiva che non può che portare alla separazione.

Peraltro e nella propria identificazione con il Giudice interiore, non si fa che proiettare il proprio Giudice interiore sull’altro/a, accusandolo/a di criticarci, giudicarci, magari severamente, e si resta in una escalation di Discussione, nella ricerca e reciproca attribuzione delle ‘colpe[7], che non porta da nessuna parte, con nessun risultato se non quello della separazione con ricerca di un nuovo partner, restando così, in una coazione a ripetere, in un circolo vizioso che si ripete continuamente finché non si riesce, se succede e quando succede, ad imbarcarsi nel Lavoro di Ricerca e sviluppo della propria Consapevolezza, affrontando e attraversando con coraggio la sofferenza, fino a quando il Verbo (Conoscenza) non si faccia Carne (Esperienza) raggiungendo la Universalità o, almeno, la Individualità.

Poiché – per effetto dell’imprinting che abbiamo avuto come neonati nonché dell’inconscio collettivo, nonché per essere, come affermava Schopenhauer, “Funzionari della Specie” –[8] siamo pervasi dalla Dipendenza con un enorme, pervasivo e totalizzante “bisogno di appartenenza” che ci porta a cercare sempre un’aggregazione (di coppia, di Famiglia, di Gruppo di qualunque tipo, di Associazioni varie… fino all’assembramento di ragazzi in piazza davanti un bar), si può intravedere come lungo tutta la vita si abbia a che fare con le connesse sofferenze che ne derivano (gelosia, vergogna, sensi di inadeguatezza, mancanze varie, senso di vuoto, solitudine, depressione…) e se ci si vuole affrancare da tali sofferenze che possono essere pervasive come lo è la Dipendenza che le determina, c’è, anzitutto, da rendersi conto  che dobbiamo lasciarci alle spalle la Dipendenza, la ‘cuccia’ calda, per marciare verso l’autonomia. In ragione della sua forza e pervasività, si può dire che tutta la vita diventa un processo di affrancamento dalla Dipendenza. Mi torna in mente una frase/metafora di J. Bucay (“Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere): “sentire la fame placata dal latte della mammella non significa continuare a cercare la mammella quando si ha fame…ma il latte” … Altrimenti si resta bambini, in attesa dalla mammella, nonostante l’età anagrafica! Una frase letta circa 10 anni fa che mi era rimasta dentro per avermi affascinato, anche se non ero riuscito a com-prenderla. Ora, invece, la com-prendo appieno, in termini di vissuto ed esperienza sensoriale.

Nella condizione di Dipendenza, così come per il bambino, c’è una richiesta di ‘maternage’ agli altri ed al Sistema che pretendiamo ci faccia da ‘mamma’, provvedendo ai nostri bisogni, al nostro benessere, con le più varie iniziative che, per quanto lodevoli, costituiscono pur sempre un costo in denaro per la collettività, come riportato in un articolo (allegato mensile “Dlui” a “La Repubblica”, dell’aprile 2016), per quanto relativo al senso di solitudine, costo che potrebbe essere ridotto a zero, solo se gli individui si facessero carico in proprio del costo in sofferenza per crescere ed arrivare, finalmente, allo Stadio della Universalità!!![9] Affrontando con coraggio, costi quel che costi, la sofferenza, sempre rifuggita, per crescere spiritualmente, divenire dei reali Adulti, conquistare la Libertà interiore, l’Arte di amare, essere Genitori, Cittadini responsabili e tante altre belle qualità, utili a passare dalla “fatica di vivere” alla “gioia di vivere”. Appare, credo, evidente, che il costo in sofferenza da affrontare, sia largamente ripagato dalla ricchezza (questa volta non in denaro) di Vita. Se alla fase della Dipendenza è connessa la paura della solitudine, può sembrare paradossale il pensare che, attraverso il raggiungimento del livello della Universalità, si possa sentire l’assurdità dell’aver immaginato, con il connesso sentire, la solitudine, stando in mezzo ad una folla di ‘fratelli’, ‘amici’ potenziali, tutti convinti che “da soli non si può” … È uno dei passaggi dal senso della Tragedia a quello della “Divina Commedia” …

Da quanto descritto si può desumere anche che l’affrontare ed attraversare la sofferenza per arrivare alla pienezza della propria Vita ed alla Gioia è come mettere la sofferenza al proprio servizio e non viceversa di quando, per paura, ci si rifiuta di farlo rimanendo a bagno maria nella palude della sofferenza senza fine, essendo la sofferenza inalienabile, per come sosteneva Buddha (e, prima o poi, sfocia in somatizzazioni con accrescimento della sofferenza che diviene anche fisica).

Una notazione ‘tecnica’ mi risulta qui necessaria: nel relazionarsi con l’altro/a, ho citato la Discussione, quando si è nello stadio della Personalità, il che equivale a “Scontro” da cui nessuno degli interlocutori ne esce soddisfatto, ricreato, perché lascia in tutti un senso di amaro in bocca, che non sa di Vita. Diverso è il senso della Relazione che si articola sulla base della Universalità, in cui lo scambio avviene attraverso la Comunicazione che equivale a “Incontro” da cui se ne esce contenti, ricreati, alleggeriti, creativi…  Per avere un senso della Comunicazione, nella sua differenza rispetto alla Discussione, riporto di Platone che scriveva: “…aggiungeva inoltre che l’anima è medicabile per mezzo di talune formule… e che codeste formule sono i colloqui belli e profondi. Per essi, nell’anima viene a sgorgare un’interiore temperata armonia” (I dialoghi: Carmide o della temperanza)

Connotazione importante è che, una volta arrivati a sentire la Universalità, si è sconfitta la solitudine anche per altra via, al di là di quanto notato sull’arrivare a volersi bene,: non ci si può sentire soli se si sente di far parte del Cosmo, in cui tutti gli altri esseri umani che, prima, ‘vedevamo’ come sconosciuti, sono vissuti, ora, come ‘fratelli’, esseri umani come noi, in cui ci possiamo riconoscere nelle nostre paure, insofferenze, delusioni, sofferenze e così via. Così l’approccio con timore verso tutti gli altri esseri umani che incrociamo nella strada, negli uffici, al mercato… considerati, prima, come ‘sconosciuti’ e sentiti, magari, con diffidenza, fino alla Paranoia, diventa, ora, il piacere di ritrovare i nostri ‘fratelli’ con cui scambiare amorevolezza, sostegno, solidarietà[10], collaborazione, gioco…

Questo, a mio parere e per la mia esperienza, è il supremo Compito che la Vita ci richiede: arrivare a Vivere, piuttosto che sopravvivere, passare dalla “fatica di vivere” alla “gioia di vivere”, prima di morire!!! Poi si può guardare alla morte con serenità perché si sente di aver realizzato il Compito… e la saggezza popolare napoletana questo ha, forse, voluto esprimere con il “vidi Napoli e poi mori”.

Il Compito sussidiario che mi son dato: stare nella Bellezza e contribuire, per quel poco che posso, a che nel mondo ci sia un po’ più di Bellezza…

Ogni istante di Bellezza mi apre all’infinito…

Ogni frammento di Bellezza aggiunge un filo d’argento alla breve tela della mia Vita…

La Consapevolezza, l’Osservazione, il Distacco, l’Impermanenza, la Compassione, la Generosità, l’Umiltà, l’Apertura del Cuore, l’Empatia, la Gratitudine, la Gentilezza, il Rispetto, l’Accettazione, la Vulnerabilità, l’Umorismo, la Malinconia, la Com-prensione, l’Amorevolezza, la Fiducia, la Fratellanza terrestre, l’Entusiasmo, la Determinazione, l’Equanimità, il Lasciar andare, la Passione, l’Autenticità, la Spontaneità

mi fan da Scorta…

“Il vento soffia dove vuole
e ne senti la voce,
ma non sai di dove viene e dove va:
così è di chiunque è nato dallo Spirito”

(Giovanni; 3, 8)

[1] come da traduzione della parola greca “persona(m)” che significava “maschera” che gli attori indossavano nella interpretazione teatrale dei diversi personaggi

[2] quel che nel mio libro “Consapevolezza è meglio” ho connotato, con più immediato senso immaginifico, come “Giudice interiore” e diffusamente esemplificato

[3] Il potere gerarchico è il potere che si ha sull’esterno, sull’avere risorse esterne disponibili ed al proprio servizio (e che induce, con buona probabilità, l’atteggiamento del pretendere), laddove il potere personale, si basa sul senso del proprio valore, di ‘potercela fare’, della fiducia in sé stessi e nella Vita, della connessione con gli altri e con la natura. È il senso del con gli altri e non su gli altri.

[4] È interessante notare che al sostantivo “Religiosità” non si affianca il corrispondente aggettivo “Religiositoso”, come connotazione di chi è nella Religiosità, aggettivo non reperibile in qualsivoglia Dizionario. Il che sta ad indicare la rarità del raggiungimento del livello della Universalità, al punto che la lingua non ha sentito il bisogno di coniare l’aggettivo corrispondente a Religiosità, intendendo per questa, peraltro, un atteggiamento nei confronti della Religione in genere o, anche, un’accentuazione del sostantivo “scrupolosità”.

[5]  Il Giudice interiore è il custode di una sorta di “Codice Civile” interiore che regola comportamenti del singolo, alla stessa stregua che il reale “Codice Civile” regola i comportamenti della collettività.

[6] Nel 1700 Kant aveva già visto e intravisto tutto, quando osservava che «L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri. La responsabilità di tale minorità va attribuita all’uomo stesso, quando la sua causa non risiede in una carenza di intelletto, ma dipende dalla mancanza di determinazione e di coraggio nel servirsene, appunto, senza la guida d’altri. Sapere aude!, “abbi il coraggio di servirti del tuo stesso intelletto!”. È questo il motto dell’Illuminismo» e, alla fine del XX secolo, l’altro ieri, Alice Miller ha scritto che «la maggior parte delle persone… vivono nella propria situazione infantile, irrisolta o rimossa» e nulla è cambiato, per quanto riguarda l’Umanità nella sua crescita, in ben 300 anni di post-Illuminismo. La maggior parte degli adulti, lo sono solo per età anagrafica, senza la corrispondente maturità spirituale. E Jung: “Non è possibile vivere troppo lungamente nei dintorni infantili senza mettere la propria salute in pericolo… La vita ci chiama in avanti verso l’indipendenza e chiunque non facesse attenzione a questa chiamata, per pigrizia o per timidezza infantile, sarebbe già contagiato dalla nevrosi

[7] Dalla Situazione che non piace si passa immediatamente ed automaticamente alla ricerca del colpevole senza mai farsi la domanda preliminare: “In questa Situazione che non mi piace, in che cosa io ho concorso a che si determinasse”, assumendosi le proprie responsabilità che possono sia attenuare il conflitto, sia essere fonte di una crescita in Consapevolezza.

[8] Galimberti scrive (nell’allegato “D” a “la Repubblica” del 19/11/16) che: «Pierre Clastres, antropologo francese che ha studiato da vicino le società amazzoniche, racconta in “La società contro lo Stato” (Feltrinelli) che chi, per qualche grave colpa commessa, veniva espulso dalla comunità tribale, nel giro di 48 ore moriva, non per qualche accidente, ma per un dissesto mentale dovuto alla perdita della sua identità, che aveva le radici nel gruppo. Anche gli antichi Greci anteponevano la comunità all’individuo. Aristotele, per esempio, scrive: «La comunità esiste per natura ed è anteriore a ciascun individuo che, da solo, non è autosufficiente. Pertanto chi non è in grado di entrare nella comunità, o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte della comunità e di conseguenza: o è bestia, o è dio» (Politica, 1253a).» Ecco perché il “bisogno di appartenenza” è così enorme, pervasivo, totalizzante!!! Esso non affonda le sue radici solo nell’esperienza del neonato e ci proviene dall’essere “Funzionari della Specie” che ha interesse a riprodursi e ci instilla dentro le pulsioni sessuale (per la riproduzione e, dunque, ulteriore bisogno di “appartenenza”) ed aggressiva (per la difesa della prole), ma è quasi un archetipo, rimandando all’inconscio collettivo stratificatosi nelle convivenze più primitive!!! E questo dà conto della enorme difficoltà dell’uscire dalla identificazione con la Personalità. Non solo, ma nell’inconsapevolezza di tutto questo, si finisce, molto spesso, per etichettare come ‘amore’ quel che, in realtà, è solo soddisfacimento del bisogno di “appartenenza”.

[9] A partire dalle considerazioni sopra riportate su solitudine e depressione, si può allargare il discorso per riconsiderare il carico della “Spesa Pubblica” e, ad esempio, quella sanitaria che incide per così larga parte su tale spesa. Non soltanto per i costi diretti legati alla depressione, pari a circa 4 MR €, ma anche per quelli indiretti legati ai molteplici tipi di somatizzazione (ulcere, disturbi cardiaci, danni da fumo, eczemi, psoriasi, cefalee, disturbi digestivi, stati ansiosi, insonnia e via andare) fino a poter considerare che la quasi totalità dei disturbi sanitari lamentati è di natura psicosomatica. A questa latente depressione che accompagna, più o meno consapevolmente la vita di ognuno, favorita anche dal Clima Sociale che si respira, possono essere ricondotte altre disfunzioni o problematiche collegate al costo del lavoro; alla disoccupazione; alla previdenza; all’inefficienza pubblica (cfr. articolo su mio Sito: “Un solo grande problema: La depressione sociale. Perché si sta bene ma ci si sente male?”; 2008). Ne viene che la tanto inseguita e mai raggiunta “spending review”, nel suo mirare solo alle ‘cose’ non fa che fallire l’obiettivo che va perseguito per altra via, mirando, prima e anzitutto, alla crescita psicologica degli individui.

[10] sempre richiesta al Sistema senza mai sapere come realizzarla, se non nella sua forma travisata di maternage

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza