LE NOSTRE ONNIPRESENTI FERITE DEL “NON-AMORE” E DEL “NON RICONOSCIMENTO”

LE NOSTRE ONNIPRESENTI FERITE DEL “NON-AMORE” E DEL “NON RICONOSCIMENTO”

Ho già scritto sulla Ferita del “non Amore”, che genera il bisogno di “appartenenza“, una Ferita che TUTTI ci portiamo dentro perché, anche nel caso avessimo avuto i Genitori più amorevoli e comprensivi del mondo, mai avrebbero avuto il potere di ‘leggere’ nel “Sentire” del figlio/a per rispondere nel modo più adeguato. Per ulteriori considerazioni rimando al relativo Post:

 

Da qualche tempo ho tolto un altro po’ di macerie e fatto emergere la Ferita della “non com-prensione”, ferita e corrispondente dolore che mi porto fin da piccolo, quando non avevo ancora le parole per dirlo. “Non comprensione” è quando non riesco a dialogare con qualcuno/a attraverso un confronto di idee, opinioni, tesi, per raggiungere un’intesa che vale a darmi un senso di vicinezza, intimità, complicità che fa bene non solo all’intelligenza, ma anche al Cuore. Quando, poi, dal confronto nascono idee e Progetti nuovi che nessuno dei due interlocutori aveva prima, è il massimo, si può toccare l’eccitazione della creatività. Il bisogno di “comprensione” è stretto parente di quello di “riconoscimento“, anche se per me il ricevere riconoscimento è, ora, un piacere più che un bisogno. Perché i bisogni possono essere soddisfatti o trascesi, ovvero da bisogno possono diventare semplice desiderio. La differenza che c’è tra bisogno e desiderio, per esemplificare, è come quella che c’è tra fame ed appetito, la prima preme per essere soddisfatta, il secondo è per un piacere che può essere tranquillamente differito. Così il bisogno di “appartenenza” può essere trasceso con l’arrivare FINALMENTE a volersi bene e rimane il desiderio che diventa selettivo (quando è bisogno si cerca la sua soddisfazione non importa con chi/cosa; quando è desiderio si può scegliere). Il bisogno di “riconoscimento” viene trasceso quando ci si arriva a costruire una solida autostima e, anche in questo caso, rimane il desiderio che resta selettivo. 

In questo mi soccorre Jung che scrive: “La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili”, situazione che può essere tranquillamente vissuta quando si arrivi a volersi bene e costruire una solida autostima.

Nel caso, invece, in cui si voglia evitare la fatica e le difficoltà della crescita spirituale per arrivare a trascendere i bisogni e ci si limiti a perseguire la loro soddisfazione ci sono costi da pagare. Per il bisogno di “appartenenza” – soddisfatto attraverso la formazione di una Coppia, una Famiglia, l’adesione ad uno o più Gruppi, etc. – il costo è costituito da conflitti, discussioni, rancori, gelosie, tradimenti, figli problematici ed altro cui si va incontro, che assorbono molta energia impedendo un eventuale rilancio perché si cade in un circolo vizioso che esita in ansia, silenzio, strade parallele, dipendenza da sostanze (alcol, droghe etc.) ed altro. Per il bisogno di “riconoscimento” – soddisfatto attraverso il fare carriera, la leadership in uno o più Gruppi, nella socialità amicale etc. – il costo é costituito da stress, frustrazioni, sensi di distruttività e/o solitudine etc.

Ora la Consapevolezza mi aiuta nel fare i collegamenti tra sensazioni e parole che, a questo punto e proprio perché partono dalle sensazioni, acquistano una valenza in più: non corrispondono solo a delle idee, ma corrispondono a vere e proprie esperienze sensoriali. Mi spiego meglio e con un esempio: della parola “gioia” ce ne se può fare un’idea, magari anche leggendo la descrizione che ne fa il Vocabolario, ma chi ha provato la sensazione della gioia, ha un’esperienza sensoriale della gioia, ne può parlare più compiutamente e correttamente. Per verificare questa mia ipotesi e per curiosità ho consultato il Grande Dizionario Garzanti cercando le due parole “gioia” e “felicità” per vedere come venivano differenziate (nella mia esperienza sensoriale la felicità sta un gradino più su della gioia). Ebbene tra le connotazioni della parola “gioia” veniva riportata anche la parola “felicità” e, viceversa, la parola “felicità” veniva connotata anche con la parola “gioia”. Ciò, per me, sta a significare che chi ha descritto le due parole, ne aveva solo un’idea e non un’esperienza sensoriale.

Per tornare alla Ferite, mi son ricordato della scala di Maslow sui “bisogni” dell’essere umano ed ho potuto fare il collegamento tra Ferite e Bisogni, riportandolo in schema nella Piramide di Maslow in cui ho riportato anche le parole che potevano dare un senso a quei Bisogni, in particolare per il Bisogno di “Auto-realizzazione” per il quale, da giovane, non riuscivo a trovare collegamenti esperienziali.

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È anche interessante notare che le Ferite di cui, di norma, si parla corrispondono alla mancata soddisfazione dei Bisogni correlati di “appartenenza” e “riconoscimento”. E’ raro sentir parlare del bisogno di “Auto-realizzazione”, perché se non si persegue la Ricerca esistenziale, può, forse, presentarsi solo in punto di morte, nel constatare che si sta morendo senza aver vissuto…

La spinta alla Auto-realizzazione riguarda una esigua minoranza, come raccontava Teilhard De Chardin che credeva nell’evoluzione verso lo spirito. E’ pur vero che l’essere umano aspira a qualcosa di grande (da cui la distorsione in smania di Potere, grandezza, strettamente collegate al subordinato bisogno di “riconoscimento”) e non trovandolo, non sapendo dove cercare, si chiede sul senso delle Vita per finire pessimisticamente nel nichilismo.

Proietta sull’esterno il qualcosa di grande che, invece, sta al suo interno ed è l’aspirazione alla Trascendenza, la quale, sostiene E. Scalfari (“la Repubblica”; 24/12/16): “Contiene un potere per conquistare il quale si combatte con tutti i mezzi a disposizione… La trascendenza insomma è la forma che domina il mondo e infatti gli sta al di sopra.… La trascendenza insomma significa che nessun individuo può vivere senza sognarla e nel proprio ambito di vita averne una scintilla dentro di lui”.

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza