LA RIVOLTA DEGLI ANCORA BAMBINI

LA RIVOLTA DEGLI ANCORA BAMBINI

L’istituzione della Famiglia ha tentato di fare la soddisfazione di massa del bisogno di “Appartenenza”, ora il WEB, con le sue post-verità, tenta di fare la soddisfazione di massa del bisogno di “Riconoscimento” ed è questa la forza del Web che da varie fonti si cerca di capire con le interpretazioni, la più varie…

E questo a livello di privato, ma il sommovimento del privato fa anche quello pubblico e, ancora una volta, si può verificare la realtà dell’antico slogan sessantottino del “il privato è pubblico e il pubblico è privato”.

Provo allora a fare un’analisi di quel che sta avvenendo a livello superiore del privato, nella Comunità, nel pubblico…

Non è strano per nessuno pensare al corpo umano come organismo vivente composto da cellule, anch’esse organismi viventi all’interno del più grande sistema del corpo umano. Vale però la pena di salire di livello logico e pensare al corpo sociale composto delle cellule individui, o meglio, cittadini… E il corpo sociale, così come ogni altro sistema vivente e pensante, può presentare sintomi nevrotici per il solo fatto di pensare e di introdurre, con alta probabilità, distorsioni nel processo del pensare. In relazione alla sempre limitata conoscenza che si può avere di sé, degli altri, del contesto entro cui si opera, dei condizionamenti culturali e comportamentali etc.

Era il 2003 quando scrivevo della depressione sociale come unico grande problema sistemico in grado di spiegare le molteplici disfunzioni, oggetto di intervento sintomatico senza arrivare a ‘curare’ la causa, perpetuando ed aggravando così le disfunzioni che rimandavano al costo del lavoro; alla disoccupazione; alla previdenza; all’assistenza sanitaria; all’inefficienza pubblica.

http://www.tancredi-gagan.it/pdf/106.pdf

Nell’anno che ha preceduto la pubblicazione, ad inizio 2007, del mio libro “Consapevolezza è meglio” ho avuto occasione di consultare una ricerca condotta dalla OMS che prevedeva che nel 2020 la depressione sarebbe stata la seconda causa di malattia mondiale…

Ora la incombente Crisi epocale mi sembra che abbia accelerato i tempi con una escalation della depressione sociale e, caso unico nella storia, la “angoscia esistenziale” che era tema di scrittori e filosofi in età, ha ora investito anche i giovani cui è stata tolta la possibilità di progettarsi un futuro ed avere fiducia.

Possiamo, dunque, immaginare per il corpo sociale le stesse dinamiche psicologiche proprie del corpo umano e questo fa il parallelo tra filogenesi ed ontogenesi. È molto diffusa la locuzione: “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”, che riassume la teoria di Haeckel, introdotta nel 1866, per cui negli animali superiori l’ontogenesi riproduce la filogenesi. Non a caso lo stesso Jung si era avvicinato a questa visione, nello scrivere: “quello che i destini dei popoli rappresentano nella realtà concreta accadrà nei vostri cuori” (“Il libro rosso”) (purtuttavia, con una visione inversa: interpretava che quel che accade nella filogenesi, nei destini dei popoli, accade/accadrà nell’ontogenesi, nei nostri cuori, come a dire che “la filogenesi ricapitola l’ontogenesi”).

Possiamo, allora, considerare che dalla depressione sociale nasca distruttività di massa che può essere auto- diretta od etero- diretta. Nel primo caso ci sarà chiusura in se stessi, vittimismo fino al suicidio; nel secondo caso diventa rabbia sociale diffusa, che in un sentire infantile e irrazionale, viene diretta contro i ‘colpevoli’ a qualunque livello.

Del primo caso ne scrive Il bravo Massimo Recalcati su “la Rebubblica” (7/5/17): «come se il vittimismo fosse diventato la cifra psicologica di una nuova ideologia qualunquista…scegliere di occupare la posizione della vittima assicura una nobiltà d’animo e il diritto a un risarcimento illimitato… Anziché assumere le proprie responsabilità il vittimista impone che sia sempre il suo interlocutore a doverlo fare. È una manifestazione reattiva dell’aggressività. Hegel descriveva questa tendenza attraverso la figura della “anima bella”, la quale giudica dall’alto della sua innocenza… senza considerare la parte che le compete nell’alimentare… proprio quel “disordine di cui si lamenta”… È lo sguardo risentito e torvo della vittima descritto mirabilmente sempre da Nietzsche in “Genealogia della morale” che, anziché assumere responsabilmente la propria difficoltà a vivere, rinuncia alla vita – si sacrifica – per gettare gli altri nella colpa ed esercitare in modo indiretto la propria “vendetta”… colpevolizzare chi sa vivere affermativamente, con pienezza e soddisfazione… La vittima ipermoderna reclama i suoi diritti offesi e calpestati senza voler mai confrontarsi con le sue responsabilità… il vittimista ipermoderno ruggisce come un leone cotro coloro che sarebbero responsabili delle sue disgrazie o di quelle del suo paese… ma dov’ero “io” quando accadeva tutto quello di cui oggi io mi lamento? Al posto di questa domanda cruciale che lo inchioderebbe alle sue responsabilità, il vittimista preferisce chiedersi sempre quale è la colpa dell’Altro. Il vittimismo è una postura dell’uomo ipermoderno che non sa più affrontare l’urto tragico e scabroso col proprio destino… “… come farò a sopportare l’idea di essere libero? Odio l’idea che non ci sia più nessuno con il quale lamentarmi” … il soggetto non può delegare a nessun altro la responsabilità della propria vita, che la sua condizione è quella – come la nostra, come quella di tutti – di essere, come scriveva Sartre, “soli e senza scuse”.»

Del secondo caso ne scrive l’ammirato Ezio Mauro si “L’Espresso” (7/5/17): “il pensiero antiscientifico, l’eresia che nega il mondo così com’è, promettendo la salvezza e la redenzione solo nell’altrove. Che sembra fuori dal sistema, a portata di mano… raggiungibile solo dopo un azzeramento culturale di ciò che ci siamo costruiti faticosamente… non vengono più richiesti progetti, programmi, ideologie, un’idea… ma una rappresentazione pubblica del grande risentimento universale, una capacità costante di essere contro… la competenza è associata a una cultura castale, dunque sospetta, l’esperienza accomuna alla élite, e va rigettata, la conoscenza confina con il tecnicismo… sa di confisca perenne del comando ai danni della suprema spontaneità popolare… L’uomo nuovo… viene dal nulla… pronto a dare oggi forma al grande risentimento pubblico… Tu oggi voti la rabbia, per definizione senza struttura… deleghi tutto all’improvvisazione estemporanea dei leader. Ma intanto l’incompetenza è prova di verginità politica, l’ignoranza è la conferma della genuinità… resta soltanto l’istinto senza storia che si fa politica… si propone di punire invece di trasformare… più che politici ci troviamo di fronte fornitori di psicopolitica che ci trasformano in consumatori del risentimento e della paura”

Cosa dedurre da tutto questo movimentismo disordinato? Che gli ‘ancora bambini’ si stanno liberando dai “freni inibitori”, come in un altro ’68 che allora giustamente contestava l’autoritarismo, lasciando libera espressione agli ‘istinti’ di aggressività e di insofferenza per il disagio, in una “rivolta” che non è “rivoluzione” perché manca di qualsiasi visione di un diverso futuro, una strategia, un’idea programmatica; è solo il “contro”, ovvero “Scontro” senza finalizzazione. Non diversamente dai capricci del bambino che protesta perché non gli vengono soddisfatti i desideri immanenti. È pura distruttività che può avere come suo probabile esito l’imboccare la strada verso l’Estinzione, a meno di una Mutazione, come quella che c’è stata tra il Paleolitico ed il Neolitico, sostiene Patrick Viveret (“Che cosa faremo della nostra vita?” con Edgar Morin in “Come vivere in tempo di crisi?”; scritto nel 2010) ed ho riportato nell’articolo “Estinzione o Mutazione?“.

Tornano sempre più attuali le parole scritte dalla sensibilità di una donna, (T. Chodron),“Sono convinta che la continuità di una specie non sia assicurata dalla sopravvivenza dei più forti, ma dalla sopravvivenza dei consapevoli”.

Il problema dei problemi dell’Umanità sta nella mancata crescita psicologica degli individui. Una per tutte sta la notazione di A. Miller che, alla fine del XX secolo, l’altro ieri, scriveva: «la maggior parte delle persone… vivono nella propria situazione infantile, irrisolta o rimossa» e fin dal 1700 Kant sperò che l’Illuminismo fosse “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di altri.” E, dunque, la Mutazione auspicata da Viveret che lui definisce come “crescere in umanità” …

Gli attuali fatti sociali non fanno che confermare la diagnosi e ci dovrebbero far intravedere questa possibile via d’uscita tratteggiata, almeno per il momento. È probabile che questo approccio venga sorpassato in futuro (è frustrante, ma è così, e ciò non impedisce alla conoscenza, alla Politica, in particolare, di progredire) …

Published byMario Tancredi

Consultant in Consapevolezza