Consapevolezza è meglio
Sono convinta che la continuità di una specie non sia assicurata dalla sopravvivenza dei più forti, ma dalla sopravvivenza dei consapevoli.
(T. Chodron)

[Consapevolezza è] come un'illuminazione che avviene all'interno dell'individuo [che ha la capacità di non frapporre] barriere né inibizioni che impediscano l'esperienza piena di qualsiasi cosa sia presente nell'organismo [e di fare distacco].
(C. Rogers)

COS'E'

Cos’è la consapevolezza?

Per me consapevolezza è una qualità che si conquista mentre si viaggia dentro se stessi esplorando i propri moti dell’animo e il malessere che spesso ci inducono a reagire ottenendo effetti contrari a quelli desiderati. Consapevolezza è rendersi conto di quali meccanismi, pensieri, automatismi, condizionamenti, conflitti fanno il minestrone del proprio sentire emozionale per riuscire a gestire e recuperare l’armonia tra pensiero, corpo ed ambiente (gli altri) con un senso di libertà interiore.

Talvolta ci ritroviamo senza sforzo con queste sensazioni piacevoli di armonia e libertà per condizioni interne ed esterne favorevoli. Al di là dei momenti di innamoramento, ad esempio, sarà capitato a molti, come a me, di provare, dopo la guarigione da una febbre che ha lasciato spossati, la semplice gioia di esistere, fatta di nulla, solo del sentire il corpo nel benessere, il respiro che riempie i polmoni, del vedere un raggio di sole tra le foglie di un albero, dei pensieri che sono leggeri, quasi senza contenuto o con solo delle fantasie… Piccole cose che a me danno il senso ed il piacere di esistere, della vita tranquilla e armoniosa. Posso sentire la consonanza con la vita.

E mi posso godere questo piacere di esistere anche se la realtà intorno a me non è cambiata, i problemi che la vita mi pone sono sempre lì, appena fuori della porta.

In termini pratici consapevolezza è allora la capacità di comprendere come salvaguardare questo piacere anche quando la vita, la realtà ci riassorbe e ci mette di fronte a problemi, frustrazioni, stress, pressioni a fare o a “dover essere”. Perché si può evitare di entrare nelle nevrosi o nel malessere fatto di paure, vergogne, dolore, rabbia, rassegnazione, depressione e così via. Consapevolezza diventa così il riuscire a tenere ben saldo il timone, quando ci veniamo a trovare tra le onde del malessere che si agitano al proprio interno, e mantenere la rotta utile a “tornare a riveder le stelle”.

In altre parole, Consapevolezza è la capacità di osservare con distacco il processo emozionale nelle sue componenti e relazioni tra esse; di trovare i nessi tra presente e passato, tra quel che si sente ora e la propria storia; di valutare l’influenza di tutto ciò sul proprio comportamento e di questo sugli altri con cui si è in relazione.

Provo a dare una prima definizione succinta di consapevolezza che ho messo insieme esplorando nella letteratura psicologica: è “come un’illuminazione di ciò che avviene all’interno dell’individuo” (C. Rogers; “Potere personale”, p.219) che ha la capacità di non frapporre “barriere, né inibizioni che impediscano l’esperienza piena di qualsiasi cosa sia presente nell’organismo” (id., p.216) e, soprattutto, di creare distacco, aggiungo.

La ricerca e il laborioso Lavoro di sviluppo della consapevolezza sta nel riuscire ad osservare e sciogliere quelle barriere, inibizioni, difese. Ciò permette anzitutto di non scivolare nelle reazioni automatiche (condivise con la specie animale) di attacco o fuga o chiusura/inibizione, che non fanno che peggiorare la situazione sia a livello individuale che relazionale. A seguire ed importante, sta lo sviluppo della capacità di fare distacco, cioè il non restare travolti da emozioni o pensieri destabilizzanti e sentirsi un tutt'uno con essi, ovvero identificati con tali stati, ma riuscire ad osservarli da una certa distanza, ovvero disidentificati. Una distanza magari molto piccola all’inizio, ma via via sempre maggiore. Una distanza che, con la consapevolezza e capacità di gestione delle proprie dinamiche emozionali, permetta di ridurre le probabilità di malessere ed accrescere quelle di benessere nonché di costruire relazioni soddisfacenti perché caratterizzate da intimità.

Una tale definizione della Consapevolezza ne dà il senso di processo continuo e, con tale riferimento, si potrebbe parlare di una consapevolezza dinamica. Non si tratta solo, infatti, di essere consapevoli di questo o quello, in un determinato e contingente momento, ma di intendere la consapevolezza come paradigma, bussola che orienta e impegna il proprio sviluppo esistenziale, la propria crescita dallo stato infantile a quello Adulto sempre più consapevole, maturo, equilibrato.

Per quel che riguarda il modo di far consapevolezza credo sia necessaria una precisazione. Dopo uno scambio con mio nipote Simone, che rifiutava di continuare a sforzarsi di capire e voleva stare solo nel sentire, mi sono reso conto che la consapevolezza non appartiene né all’area del pensare, capire né a quella del sentire. Non è né di testa né di cuore. È una funzione e capacità altra che si alimenta sia e prima di tutto del sentire, sia del capire, e del capire ha più le caratteristiche dell’intuizione (insight) o “illuminazione”, come scrive Rogers, che del ragionare [1]. Mi viene l’idea di una nuova trinità: pensare, sentire, consapevolizzare. Ad esempio, mi ricordo di una volta, molto tempo fa, in cui, durante una meditazione attiva in cui stavo esprimendo liberamente quel che emergeva nel mio sentire, mi ascoltai dire “voglio morire”. Mi stupii molto di quelle parole, che mi erano venute fuori da sole, perché non esprimevano né un pensiero, né un sentire che mi erano familiari. Le presi come un insight su qualcosa che stava dentro di me e di cui non ero consapevole e su cui fare ricerca. Qualche anno dopo constatai quanto quel sentire appartenesse ad una parte di me, potrei dire al mio inconscio o alla mia Ombra, con cui, quando mi vennero quelle parole, non avevo contatti. È diventata consapevolezza, a partire da quella inaspettata espressione, che non faceva dunque parte né del capire, né del sentire.

Per aggiungere qualche cenno che possa essere utile a dare una prima e più immediata percezione riporto un passo che ho trovato ne “L’arte di amare” di Erich Fromm e che si avvicina in parte a quel che intendo per consapevolezza. Fromm descrive la necessità di “diventare sensibili con se stessi” con cui vuole intendere che “si è consci, per esempio, di un senso di stanchezza o depressione, ed invece di lasciarvisi andare, sopportandolo con pensieri deprimenti che sono sempre pronti, ci si chiede: ‘Che cosa è successo? Perché sono depresso? ’. Si fa lo stesso quando si nota se si è irritati o offesi, oppure se si ha la tendenza a sognare ad occhi aperti, o a indulgere ad altre attività di ‘evasione’. In ognuno di questi casi, la cosa più importante è rendersene conto, senza lasciarsi andare; inoltre ascoltare la nostra voce più intima, che ci dirà – spesso quasi immediatamente – perché siamo ansiosi, depressi, irritati. La persona media ha una certa sensibilità verso il proprio processo corporale: nota i cambiamenti o anche i minimi dolori; questo tipo di sensibilità fisica è relativamente comune…la stessa sensibilità verso un processo mentale è molto più difficile” (p. 136). Consapevolezza è questo, ma anche di più. Parafrasando Fromm mi viene da dire che la consapevolezza è un’arte ed è solo su di essa che può fiorire l’arte di amare.

Poiché non basta una definizione a percepire e conquistare un’arte, ho scritto il libro “Consapevolezza è Meglio”, con l’intento di fare divulgazione, alfabetizzazione su di essa con la speranza di poter aiutare qualcuno che, come me, cerca strumenti ed esperienze per crescere e star meglio con se stesso e con gli altri. Con la speranza che consapevolezza diventi un valore pregnante della cultura occidentale che credo ne abbia molto bisogno, in ragione della crisi che sta attraversando. Nelle culture attuali, infatti e tranne in quella Buddhista, consapevolezza è solo una parola, non è ancora un valore. Perché diventi un valore e venga interiorizzato e perseguito fino a diventare una nuova cultura per una migliore civiltà ci vorrà moltissimo tempo e il tempo stringe.

Quando non c’è consapevolezza pretendiamo e reagiamo, attaccando o fuggendo o chiudendoci, e inevitabilmente diventa scontro, esplicito o sotterraneo, con gli altri e con se stessi a livello di conflitto interno. Ed è scontro non soltanto a livello individuale tra partner, amici, colleghi etc. ma anche a livello sociale tra civiltà, religioni, etnie, genitori e figli e così via. Ognuna della parti in conflitto con la preliminare pretesa di essere nella ‘verità’ e volerla imporre all’altra con l’aspettativa e convinzione di soddisfare così i propri bisogni, ottenendo invece l’effetto contrario di aggravarli ed esasperare lo scontro. Si inneggia al ‘dialogo’ che rimane solo una parola, solo un’aspirazione perché non può iniziare se prima non c’è consapevolezza. È solo la consapevolezza che può permettere il dialogo, l’incontro ed evitare lo scontro, così come non ci sono mai state guerre in nome della scienza. Perchè la consapevolezza, come la scienza, rimette continuamente in discussione le sue acquisizioni.

Consapevolezza vuol dire accorgersi degli occhiali attraverso cui guardiamo e distorciamo i fatti, le situazioni e che, di conseguenza, condizionano i nostri comportamenti mentre restiamo convinti di essere obiettivi, liberi e competenti. Occhiali costituiti da credenze, convinzioni, valori, atteggiamenti che, nonostante la nostra convinzione di esserceli creati in autonomia e intelligenza, sono in realtà la sedimentazione, l’accumulo, la metabolizzazione di quello che genitori, insegnanti, figure autorevoli, sacerdoti etc. ci hanno trasmesso. Accorgersi, in sintesi, che siamo come dei robot che agiscono in base ai programmi che in essi sono stati installati e che sostanzialmente ci condizionano a comportamenti non molto dissimili da quelli dei bambini che siamo stati e che continuiamo ad essere.

Consapevolezza vuol dire mettersi in viaggio, alla ricerca del vero se stesso per diventare adulti maturi capaci di rimanere più saldi sulle proprie gambe, di gestire difficoltà, disagi e frustrazioni senza scadere nelle infantili lamentele o pretese od orgogliose chiusure. Adulti che si incontrano sui problemi per cercare soluzioni, sapendo che lo scontro rende tutti perdenti.

Prima di diventare un fatto sociale, una cultura, la consapevolezza deve passare attraverso un impegnativo lavoro individuale per imparare a gestire il proprio sentirsi bene riducendo le probabilità di malessere ed aumentando quelle di benessere. Guardando anzitutto all’interno, al proprio mondo interiore piuttosto che polarizzarsi su un esterno (l’altro, il sistema, l’ideologia, la religione, l’autorità qualunque essa sia) da cui ci si aspetta o si pretende di veder soddisfatti tutti i propri bisogni.

Con l’auspicio, infine, di veder fiorire un nuovo Illuminismo non più alla luce della sola Ragione, che ha fatto lo sviluppo scientifico e tecnologico dello stare bene materiale, ma alla luce della Consapevolezza per portare in conto anche l’elemento umano con le sue problematiche, perché lo sviluppo sia anche Progresso - nei suoi aspetti di cultura, relazioni sociali, modi di vita e consapevolezza - che consenta un sentirsi bene, o perlomeno meglio. Perché, per dirla con il filosofo Husserl, che già pose il problema ai primi del novecento, “Possiamo accontentarci di ciò, possiamo vivere in questo mondo in cui il divenire storico non è altro che una catena incessante di slanci illusori e di amare delusioni?”, oltre che di guerre e scontri, aggiungerei.

[1] Piuttosto che la parola ‘capire’ forse dovrei usare la parola ‘comprendere’. Quest’ultima nel suo dare il senso di ‘prendere dentro’ è più vicina al senso della consapevolezza. Ad esempio, capisco un teorema, ma comprendo il dolore del mio amico, il perché della mia ambivalenza.

PERCHE'


Perché è necessaria la consapevolezza?

Perché l’inconsapevolezza porta allo scontro, laddove la consapevolezza crea l’incontro, l’intimità, l’amore. Perché l’arte di amare e di star meglio con se stessi poggia e fiorisce sull’arte della consapevolezza.

Consapevolezza è stata finora solo una parola (tranne nella cultura buddhista) e non è ancora un valore che governi il processo di crescita di ognuno di noi. E così, senza consapevolezza di quel che scatta nelle proprie dinamiche emozionali, scivoliamo troppo spesso nei comportamenti infantili di reazione a tutto quel che non ci piace o ci ferisce. Attacchiamo, fuggiamo, evitiamo, ci chiudiamo orgogliosamente ottenendo effetti contrari a quelli che desideriamo. E così finiamo per coltivare separazione e malessere invece che intimità e benessere sull’onda delle nostre pretese, aspettative ritrovandoci nella sofferenza da cui vorremmo uscire.

Infatti quando non riceviamo quel che desideriamo, ci aspettiamo o addirittura pretendiamo oppure c’è qualcosa che ci ferisce o ci fa sentire in pericolo, reagiamo automaticamente, in men che non si dica, sulla base di stimoli arcaici, non dissimili da quelli degli animali: attacchiamo oppure fuggiamo oppure ci inibiamo/chiudiamo isolandoci. Ed è il primo passo per aggravare quel malessere o fastidio emotivo che ha scatenato la reazione. Infatti la reazione crea distanza e allontana ancora di più la possibilità di ricevere quel che desideravamo e coltivare l’amore attraverso l’intimità. L’altro, gli altri non diventano certo più bendisposti nei nostri confronti a fronte della nostra reazione. Provate ad immaginare come vi sentireste nei confronti di chi vi aggredisce o se ne va, magari sbattendo la porta, o interrompe il contatto, la comunicazione e si isola perché non gli avete dato quel che si aspettava e forse pretendeva da voi.

Se proviamo a scavare per vedere cosa c’è sotto la reazione possiamo trovare aspettative o pretese non soddisfatte, ovvero il desiderio di controllare le situazioni, la vita perché rispondano come piacerebbe a noi. E, in men che non si dica diventa lotta per il potere e discussione che lascia, per un verso o per l’altro, tutti perdenti perché distrugge qualsiasi tipo di armonia e intimità. È anche possibile che qualcuno neghi di avere aspettative o pretese, ma vuol solo dire che “vengono sepolte in profondità. Ovviamente sono ancora lì, ma sono più difficili da raggiungere. Per esempio, alcuni di noi vivono nell’illusione di non aver bisogno di niente da nessuno. Altri provano così tanta vergogna che pensano di non meritare niente. In realtà continuiamo ad avere aspettative, solo che si manifestano indirettamente sotto forma di risentimenti inespressi, di depressione cronica, di malignità, di aggressione passiva o di chiara violenza” (Krishnananda, “A tu per tu con la paura”; Urra, MI, 1997, p.50).

E così, senza consapevolezza, succede che ci arrabbiamo, colpevolizziamo, manipoliamo, ricattiamo, giudichiamo, offendiamo, critichiamo, svalutiamo, inganniamo, mendichiamo, ci rassegniamo, facciamo i superiori o finta di niente e così via, con la convinzione di poter influenzare l’altra persona e modificare il suo comportamento in modo che sia più soddisfacente per noi. Ma senza accorgercene ci avviamo su una dolorosa spirale in discesa verso conflitti e allontanamento fino alla disperazione e separazione.

E l’esperienza sembra non insegnare nulla perché si continua a credere che, se non è andata bene, il problema sta nell’altro e andrà meglio in una nuova, prossima occasione o relazione. Il che significa solo coltivare il proprio malessere.

Finché c’è inconsapevolezza è difficile evitare di entrare in reazione, anche perché questa è sostenuta dal nostro Giudice interiore che con tutte le sue convinzioni, che assume come ‘verità’, ritiene ‘giusto’ reagire per proteggerci e opporsi a quel che, a suo parere, non va bene, non è ‘come dovrebbe essere’. Ed è scontro laddove si inneggia al dialogo, all’incontro. Peraltro e vedi caso, quel ‘come dovrebbe essere’ corrisponde a quel che va bene per se stessi, al proprio egocentrismo, di cui quasi sempre si accusa l’altro, ben rappresentato da Oscar Wilde in un suo aforisma “l’egoismo non consiste nel vivere come ci pare ma nell’esigere che gli altri vivano come pare a noi”. Ovvero e quasi sempre, si accusa l’altro di essere egoista solo perché non rispetta il nostro egoismo.

Dunque e per concludere, senza consapevolezza è difficile saper amare, uscire dalla ripetizione continua di innamoramenti e separazioni e dall’aspettativa di veder finalmente comparire il ‘principe’ o la ‘principessa’ con cui essere finalmente ‘felici’. Senza consapevolezza, ancora, è difficile dipanare il bandolo del nostro malessere per “tornare a riveder le stelle”, senza contare che spesso, senza consapevolezza, amplifichiamo la nostra sofferenza con il ‘rimuginio’ di pensieri negativi da cui ci lasciamo prendere.

IL PROCESSO



Qual'è, in sintesi, il processo che conduce alla consapevolezza?


Per grosse linee si può ricondurre il processo - meglio descritto, esplorato ed esemplificato nel libro - ai seguenti passi:

  • accorgersi di tutti i condizionamenti provenienti da credenze, convinzioni, valori, atteggiamenti, pre-giudizi, modelli, ideali e così via che ci portiamo dentro come se fossero ‘verità’ che definiscono il ‘come dovrebbe essere’ e che, nonostante la nostra certezza di esserceli creati in autonomia e con intelligenza, sono in realtà la sedimentazione, l’accumulo, la metabolizzazione di quello che genitori, insegnanti, figure autorevoli, sacerdoti etc. ci hanno trasmesso e che le nostre esperienze hanno forse modestamente modificato;

  • imparare a riconoscere ed accorgersi del nostro entrare in reazione (vedi “perché”);

  • saper mettere a lato aspettative e pretese che l’altro, la vita ci dia quel che piace a noi;

  • liberarsi dalle nevrosi che usiamo per distrarci e non sentire il malessere interiore che continua a rimanere nel sottofondo ed uscire alla prima occasione di solitudine o frustrazione;

  • saper gestire i meccanismi di difesa che abbiamo appreso, fin dall’infanzia, per riuscire a sopravvivere e che se ci sono stati utili ‘allora’ sono ‘ora’ di ostacolo alla creazione e mantenimento di relazioni soddisfacenti;

  • uscire dal sogno del ‘principe azzurro’ e cioè che la felicità ci arriverà dall’esterno, per il solo fatto di incontrare finalmente la persona o la situazione ‘giusta’ per noi;

  • smettere di voler cambiare l’altro, le situazioni perché siano come piace a noi;

  • stare molto più attenti ed a contatto con il dentro di noi che con il fuori, capaci di percepire i moti dell’animo più profondi ‘puliti’, senza distorsioni o coperture da parte di nevrosi e meccanismi di difesa che fanno barriere o inibizioni;

  • riuscire a fare distacco rispetto alle emozioni e disagi senza esserne travolti, essere un tutt’uno con essi, identificandosi con quegli stati ‘negativi’;

  • riuscire a difendere i nostri spazi e momenti di benessere da invasioni e mancanza di rispetto esprimendo con decisione e fermezza il nostro NO;

  • imparare a fare ‘comunicazione’ che permette l’incontro e l’intimità invece di farsi catturare dalla ‘discussione’ che fa lo scontro e l’allontanamento;

  • arrivare ad accettare e saper convivere con quella parte di sofferenza fatta di solitudine e senso di precarietà che, come affermava Buddha, contempla la malattia, la vecchiaia, la morte come inevitabili, senza esserne tuttavia angosciati. L’essere soli e con la paura è la realtà esistenziale di fondo con cui in un qualche modo dobbiamo convivere facendo però attenzione a non amplificare il malessere che incontriamo con pensieri negativi. Come dice il Dalai Lama: “credo che il nostro modo di percepire l’intera vita incida sul nostro atteggiamento verso il dolore. Se per esempio la nostra visione generale è che la sofferenza sia negativa e vada evitata a ogni costo, che sia insomma indice di fallimento, aggiungeremo una netta componente psicologica d’ansia e intolleranza alla nostra reazione quando ci imbatteremo in circostanze difficili: avremo la sensazione di essere sopraffatti. Se invece la nostra visione generale è che il dolore vada accettato in quanto parte naturale dell’esistenza, saremo senza dubbio più tolleranti verso le avversità. Senza un certo grado di tolleranza della sofferenza, saremo sempre infelici: sarà come vivere una notte d’incubi, una notte eterna che non finisce mai” (“L’arte della felicità” con H.C. Cutler; Mondadori, Mi, 2001, p.126). Con effetti negativi anche sulle nostre relazioni perché “se pensiamo che il dolore sia innaturale, che sia ingiusto provarlo, è facile finire per imputarne la responsabilità agli altri. Se sono infelice, evidentemente sono la ‘vittima’ di qualcuno o qualcosa: è un’idea, questa, fin troppo diffusa in Occidente…. È anche possibile che diamo la colpa a noi stessi: c’è qualcosa che non va in me…Ma la mania di attribuire colpe e la tendenza ad avere sempre un atteggiamento vittimistico rischia di perpetuare la sofferenza, perché produce rabbia, frustrazione e risentimento continui” (id; p.131, 132);

  • alla fine del processo si può arrivare a recuperare un senso di libertà interiore, che è quel che più conta, con quell’energia vitale, spontanea, giocosa ed autentica (che era rimasta imprigionata nei conflitti interni, nelle nevrosi, nei meccanismi di difesa etc.) che possiamo notare nel bambino piccolo, innocente. Perchè, come riporta Krishnananda (“A tu per tu con la paura”; Urra; Mi,1997): “la ricerca del paradiso è la ricerca del ritorno alla tua infanzia. Naturalmente il tuo corpo non sarà più quello di un bambino, ma la tua coscienza può essere pura come la coscienza di quel bambino. Il segreto del percorso mistico è tutto qui: renderti di nuovo un bambino, innocente, non inquinato da alcuna conoscenza, privo di qualsiasi sapere, eppure consapevole di tutto ciò che ti circonda, con una profonda meraviglia e un senso di mistero che non può essere demistificato” (Osho – Satyam, Shivam, Sunderam) [1].

  • [1] Carl Rogers conferma: “ho riscontrato che il funzionamento della persona psicologicamente matura è simile per molti aspetti a quello del bambino…e che la persona matura, come il bambino, crede nella saggezza dell’organismo e la usa, con la differenza che è in grado di farlo coscientemente” (“Potere personale”; Astrolabio, Roma, 1978, p.218). E Gesù non diceva che per poter entrare nel regno dei cieli è indispensabile essere come bambini?

LA 'CRISI' DEI TEMPI MODERNI


La necessità di consapevolezza non è solo un fatto individuale e privato, ma dovrebbe essere anche un elemento della socio-cultura, un fatto pubblico. C’è forse da cambiare paradigma culturale: non più la forza, la conquista, l’espansione, il superamento dei limiti, l’immagine etc. ma la consapevolezza. Perché, come ha detto qualcuno “sono convinta che la continuità di una specie non sia assicurata dalla sopravvivenza dei più forti, ma dalla sopravvivenza dei consapevoli”[1].

Viviamo immersi nella cultura del narcisismo in cui un ego dilatato è strenuamente proteso al successo rapido, coltiva l’immagine, venera l’apparenza, la visibilità e, con la bramosia di avvicinarsi all’onnipotenza, innalza torri sempre più alte che richiamano in prospettiva la leggenda e l’esito della Torre di Babele: il caos, l’ingovernabilità. E, al di là di tali prevedibili rischi sociali, la cultura del narcisismo lascia gli individui, a livello profondo, con un senso di vuoto, incertezza, insoddisfazione cronica, latente depressione. Poiché tuttavia nella realtà niente è del tutto negativo o positivo, ma ogni cosa ha i suoi pro e suoi contro, va pure rilevato che questa cultura ha prodotto sviluppo scientifico e tecnologico come mai prima. Basti pensare all’allungamento della vita media, come indice globale. La sintesi di mercato - in cui si valutano costi e ricavi, pro e contro - di una tale cultura è che ci si può stare bene (ricavo) ma ci si accolla un sentirsi male (costo). Ci può essere uno star bene materiale (fisico, professionale, economico) ma un sentirsi male psicologico (emotivo, relazionale, affettivo).

E se ci sono pro e contro, costi e ricavi è inevitabile che il mercato offra culture alternative con i loro diversi ricavi e costi, pro e contro.

Ci sono così le culture dei dogmi, delle verità rivelate o esoteriche che vogliono far concorrenza alla cultura del narcisismo sul suo lato debole del sentirsi male e offrono alternative meglio rispondenti a tale aspetto, cercando contemporaneamente di ridimensionare i proclami miracolistici dello star bene materiale, scientifico e tecnologico della cultura concorrente.

Ci sono poi le culture della ribellione, della rivoluzione, sempre in lotta con i cattivi del mondo, che vorrebbero offrire quel che il mercato non permette: solo il bene senza il male, solo ricavi senza costi. Tali culture aggregano poi e ricevono come affluenti gli emarginati, gli esclusi dallo star bene materiale della cultura del narcisismo.

In questo panorama il dialogo potrebbe permettere mediazioni e ricerche verso nuove alternative, ma quando il sentirsi male cresce troppo, magari esasperato da un incipiente star male per la scarsa crescita economica, e lo scollamento tra politica e cittadinanza diventa abissale è inevitabile lo scontro. E diventa quasi un ossimoro parlare di ‘scontro di civiltà’ perché se per civiltà si deve intendere un buon livello di maturità e saggezza si può immaginare che tali civiltà non si scontrerebbero, ma dialogherebbero. E infatti si inneggia al ‘dialogo’ che rimane, però, solo una parola, solo un’aspirazione perché non può iniziare se prima non c’è consapevolezza. È solo la consapevolezza che può permettere il dialogo ed evitare lo scontro, così come non ci sono mai state guerre in nome della scienza. Perché la consapevolezza, come la scienza, rimette continuamente in discussione la sue ‘verità’ e rimane aperta alle verifiche.

C’è dunque qualcosa che non funziona in tutto questo e sembra non esserci via di uscita per evitare lo scontro, il caos, l’ingovernabilità e il generalizzato malessere individuale prossimi venturi. Paura e depressione allargano la presa su masse sempre più vaste (l’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede che la depressione sarà la seconda causa di malattia nel 2020).

Si tratta allora di trovare il bandolo della matassa per iniziare a tessere una nuova trama più consonante con la vita, con il processo vitale. Mi viene da pensare ad un nuovo prossimo venturo Illuminismo, non più alla luce della sola Ragione, che ha fatto lo sviluppo scientifico e tecnologico dello stare bene materiale, ma alla luce della Consapevolezza per portare in conto anche l’elemento umano con le sue problematiche, perché lo sviluppo sia anche Progresso - nei suoi aspetti di cultura, relazioni sociali, modi di vita e consapevolezza - che consenta un sentirsi bene o perlomeno meglio. Perché, per dirla con il filosofo Husserl, che già pose il problema ai primi del novecento, “Possiamo accontentarci di ciò, possiamo vivere in questo mondo in cui il divenire storico non è altro che una catena incessante di slanci illusori e di amare delusioni?”, oltre che di guerre e scontri, aggiungerei.

[1] Thubten Chodron: “Lavorare sulla rabbia”; Ubaldini; Roma, 2002 (p.9).

IL LIBRO


Perché è così facile finire nello scontro che produce separazione (una ogni quattro minuti tra le coppie) anziché costruire l’incontro che avvicina???

Non soltanto a livello individuale tra partner, amici, colleghi etc. ma anche a livello sociale tra civiltà, religioni, etnie, genitori e figli e così via. Ognuna delle parti con la preliminare pretesa di essere nella ‘verità’ e volerla imporre all’altra con l’aspettativa e convinzione di soddisfare così i propri bisogni, ottenendo invece l’effetto contrario di aggravarli ed esasperare lo scontro.

Perché nelle culture attuali (tranne la Buddhista) consapevolezza è solo una parola e non un valore???

Quando non c’è consapevolezza pretendiamo e reagiamo (attaccando o fuggendo o chiudendoci) e inevitabilmente diventa scontro, esplicito o sotterraneo, con gli altri e con se stessi, a livello di conflitto interno.

Si inneggia al ‘dialogo’ che rimane, però, solo una parola, solo un’aspirazione perché non può iniziare se prima non c’è consapevolezza. Perché la consapevolezza, come la scienza, rimette continuamente in discussione la sue scoperte e rimane aperta alle verifiche. E non ci sono mai state guerre in nome della scienza!

L’auspicio è quello di veder fiorire un nuovo Illuminismo non più alla luce della sola Ragione, che ha fatto lo Sviluppo scientifico e tecnologico dello stare bene materiale, ma alla luce della Consapevolezza per portare in conto anche l’elemento umano con la sua problematiche, perché lo Sviluppo sia anche Progresso – nei suoi aspetti di cultura, relazioni sociali, modi di vita e di essere – che consenta un sentirsi bene, o perlomeno meglio.

In tale prospettiva il libro che presento, “Consapevolezza è Meglio”, non è un saggio o un trattato, ma il resoconto delle mie esperienze, una specie di testimonianza esistenziale, se così si può dire, nella mia ricerca di Consapevolezza. Con l’idea che possa essere utile. Con l’esperienza di essere stato aiutato anche dalle letture che ho fatto. Con il senso di prendermi cura di un qualcuno che, come me, ha bisogno di un riferimento. Con il piacere generativo di creare qualcosa che possa essere condiviso. Con il conforto di Laborit che scrive “quanti uomini non lasciano traccia scritta che pur sarebbe utile conoscere? Coloro che soffrono e lavorano non hanno il tempo per scrivere”.

Una testimonianza esistenziale (che, più che libro, definirei come appunti), e cioè il resoconto del mio viaggio interiore intorno ai miei motivi del malessere nella ricerca di una consapevolezza che mi aiutasse a ridurre le probabilità di malessere ed aumentare quelle di benessere. Mi piace evidenziare che tale resoconto si articola su un modello e un percorso che può essere utilizzato e di aiuto per chi volesse mettersi in viaggio alla ricerca di un miglior benessere personale.

È con piacere e gioco che pertanto metto a disposizione il libro, con le premesse di cui sopra e - consapevole che il viaggio interiore possa essere intrapreso solo se sono soddisfatti i bisogni primari per la sopravvivenza (mangiare, bere, avere un tetto etc.) – mentre offro il libro gratuitamente sarei contento se, nel ritenere valida l’offerta, voleste contribuire con una donazione da destinare a coloro che quei bisogni primari, purtroppo, non vedono ancora soddisfatti.




Consapevolezza è meglio
Mario Tancredi

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ATTIVITA' COLLATERALI

  1. CODIPENDENZA

    Con il termine “Codipendenza” intendo un conflitto interno tra la nostra parte dipendente che desidera vicinezza, abbracci, coccole etc e la nostra parte anti-dipendente che desidera libertà, spazio, indipendenza etc.

    Molto spesso questo conflitto interno diventa anche esterno, tra partner, quando l’uno dei due è più pressato dalla parte dipendente e l’altro, della coppia, propende più per la libertà, l’autonomia.

    Ho partecipato a tre gruppi, condotti da Krishnananda e Amana, del “Learning Love Institute”, che in breve definisco CO 1; CO 2 e CO 3, di cui riporto gli schemi di sintesi. È ben evidente che l’esame di tali schemi non può fornire l’esperienza ed il vissuto che solo la partecipazione a tali gruppi può dare appieno e che suggerisco.

    CO 1

    CO 2

    CO 3



  2. “LABORATORIO DI COMUNICAZIONE”.



    Lezioni tenute all’interno del: Corso di laurea specialistica

    INTERVENTO PSICOLOGICO NELLO SVILUPPO E NELLE ISTITUZIONI SOCIO-EDUCATIVE anno accademico 2006-2007

    Linee programmatiche:

    Condivisione di conoscenze, sia teoriche che pratiche ed esperienziali, sui processi di comunicazione interpersonale. La qualità della comunicazione, nel suo mettere in relazione gli individui, assume un alto valore per lo sviluppo di un sistema sociale e psicologico salutogenico ed efficace.

    Verranno esplorati i canali attraverso cui passa la comunicazione, dalla non verbale/analogica alla verbale/numerica, e che la possono rendere più o meno efficace in ragione sia di barriere che di deformazioni nel restituire all’altro la propria esperienza vissuta e del mondo.

    Una prima, sintetica misura dell’efficacia della comunicazione può essere data dalla sua produzione di empatia o di scontro. Potremmo dure che la comunicazione è efficace quando mantiene la relazione sana e soddisfacente, seguendo la considerazione di Watzlawick che la sostanza della comunicazione è dato dal suo aspetto di relazione. Ciò è, implicitamente, connesso alla consapevolezza che si ha di sé e dei propri meccanismi di funzionamento psicologico, del rispetto dell’altro e, soprattutto, del distacco che si riesce a creare tra le proprie emozioni/impulsi e la parte consapevole riuscendo, in tal modo, ad evitare l’improduttivo reagire automatico e inconsapevole per poter accedere ad un costruttivo agire consapevole che sappia tener conto dell’altro, oltre che di sé. Ne discende che una buona consapevolezza fa naturalmente una buona comunicazione.
    Le linee di sviluppo del “laboratorio di comunicazione” saranno pertanto orientativamente articolate sui seguenti filoni:

    1. barriere alla comunicazione;
    2. comunicazione non verbale;
    3. modelli cibernetici e auto-costruiti della ‘realtà’, del mondo esterno sulla base dei propri pensieri ed esperienze;
    4. assiomi e regole della comunicazione;
    5. analisi dei meccanismi che rendono inefficace o patologica la comunicazione;
    6. collegamenti tra comunicazione e consapevolezza;
    7. il processo di consapevolezza: imparare a conoscersi e guardarsi dentro e responsabilizzarsi piuttosto che polarizzarsi sull’esterno per chiedere, dando poco spazio allo sviluppo delle proprie potenzialità per arrivare a scegliere consapevolmente e responsabilmente. Il che, come già accennato, permette di creare distacco tra sé e la situazione/l’altro per agire invece di reagire ed equivale anche a raggiungere un livello di meta-comunicazione (parlare ‘su’, invece ‘di’);
    8. correlazione tra comunicazione e intimità per il mantenimento a l’approfondimento della relazione;
    9. influenze del contesto su consapevolezza e comunicazione.

    In ragione della sua qualità di ‘laboratorio’ il programma potrà, con buona probabilità, modificarsi, nel suo sviluppo operativo, in relazione alla interattività ed ai bisogni emergenti degli studenti.

    TESTI CONSIGLIATI:

    • M. Tancredi: “Consapevolezza è Meglio”; Edizioni Kappa; 2007.
    • P. Watzlawick, J.H. Beavin, D.D. Jackson: “Pragmatica della comunicazione umana”; ed. Astrolabio; Roma; 1971;
    • R. Bandler, J. Grinder: “La struttura della magia”; ed. Astrolabio; Roma; 1981;

    Di seguito è riportato, in formato pdf, il testo delle lezioni tenute con le relative slide, richiamate nelle lezioni:

    Lezioni 1-10

    Lezioni 11-20

    Slide

    Lezioni 21-28



  3. SOCIAL NETWORK: Gruppo Facebook

    Con la convinzione e l’augurio di una più larga diffusione della Consapevolezza, ho creato anche, nel social network FACEBOOK, un Gruppo con lo stesso nome del libro “Consapevolezza è Meglio” per riportare dinamicamente intuizioni ed esperienze via via maturate da me e dagli altri.

About Me



Sono nato nel 1939, premio "Ulisse Del Buono" 1964 per la migliore laurea a cura dell'Associazione Elettrotecnica Italiana (laurea, con 110 e lode, in ingegneria elettrotecnica presso l'Università di Roma), ho acquisito una estesa esperienza di lavoro, arricchita da attività di ricerca e formazione sia in campo tecnico e gestionale che in quello psico-sociale. Per quanto relativo al lavoro sono stato dirigente presso l'ENEL, ove ho maturato esperienze che si sono via via sviluppate dal campo tecnico a quelli del controllo di gestione, della formazione e della selezione del personale, della comunicazione interna. Le parallele attività di ricerca e formazione sono elencate nel seguito. Dal 1996 sono in pensione.

Ho insegnato presso la facoltà di Psicologia dell’Università di Roma “La Sapienza”, tenendo il corso “Laboratorio di comunicazione” nell’area di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione, nell’anno accademico 2006-2007.

Fin dal 1979 lavoro su me stesso per l’acquisizione di sempre maggiore consapevolezza sulle dinamiche interne e relazionali. Ho maturato esperienze psicanalitiche di scuola bioenergetica e junghiana, partecipato a numerosi gruppi psicoterapeutici, seguito due training di counseling ed uno di massaggio (body-work) Rebalancing (collegato all’approccio bioenergetico).

ATTIVITA’ SCIENTIFICA E DI RICERCA

Ho svolto attività scientifica e prodotto pubblicazioni su due filoni in relazione ai diversi ambienti di lavoro in cui ho svolto la mia attività. Il primo, che va dal 1965 al 1971, affronta le problematiche tecniche connesse alla distribuzione dell'energia elettrica. Il secondo, che va dal 1972 al 1995, affronta i temi del Sistema informativo gestionale, del Controllo di gestione e dello Sviluppo risorse umane. Negli ultimi lavori pubblicati, mi sono interessato alla multidimensionalità dell'analisi organizzativa, affiancando all'approccio sistemico-funzionale quello psico-dinamico e psico-sociale. L'elenco delle pubblicazioni relative a tale filone è riportato nel seguito.

Ho collaborato come consulente alla ricerca sul funzionamento dei Consultori familiari delle U.S.L. di quattro regioni italiane, approvata e finanziata dal Ministero della Pubblica istruzione nel 1981 e 1983, condotta presso il Dipartimento di Psicologia (cattedra di Psicologia di Comunità) dell'Università di Roma.

Ho svolto attività di formazione sia all'interno dell'ENEL sia presso organismi pubblici diversi (Università, regione Emilia Romagna, scuole di specializzazione post-laurea, Servizi di Assistenza a Tossicodipendenti).

Sono stato correlatore di tesi di laurea - di cui ho curato l’impostazione, lo sviluppo e la discussione - presso la cattedra di “Organizzazione aziendale” del corso di laurea in Economia e la cattedra di “Psicologia dell’orientamento e dei processi educativi“ del corso di laurea in Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Roma.

Ho svolto attività di divulgazione su temi manageriali e psico-sociali collaborando a "Progetto Manager", la rivista mensile della Federazione Nazionale Dirigenti Aziende Industriali (FNDAI), diffusa in circa 60.000 copie, nonché a riviste edite da istituzioni, scuole di formazione, organismi aziendali e sindacali. L’elenco dei principali articoli pubblicati è riportato nel seguito.

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI GESTIONALI E PSICO-SOCIALI

1.     "Un modello dinamico del processo aziendale"; DIREZIONE AZIENDALE, F. Angeli, Milano, febbraio 1981.

2.     "I flussi informativi nel processo aziendale"; DIREZIONE AZIENDALE, F. Angeli, Milano, giugno 1981.

3.     "Il consultorio come sistema"; Atti del 3° seminario AIED, Roma, novembre 1981.

4.     "Il controllo di efficienza operativa"; L'IMPRESA, Torino, n.4/1984.

5.     Il controllo di efficienza nell'esecuzione delle attività operative"; 1984.

6.     "Una applicazione della Cluster Analysis nel controllo di gestione,"; L'IMPRESA, Torino, n.1/1982 (in collaborazione con R. Jovine).

7.     "Un modello per verificare l'efficienza aziendale"; L'IMPRESA, Torino, n.2/1983.

8.     "Programmazione e valutazione dei servizi: le funzioni del controllo di gestione"; in PSICOLOGIA DI COMUNITA'. ESPERIENZE A CONFRONTO, a cura di D. Francescato ed altri; IL PENSIERO SCIENTIFICO, Roma 1983.

9.     "Il sistema di rilevazione ed elaborazione automatica dei dati gestionali sulle attività tecniche della Distribuzione dell'ENEL"; RENDICONTI A.E.I. 1983 (in collaborazione con M.G. Carraffa, A. Granato, E. Grossi).

10.    "Politica del personale, controllo di gestione, sistema inforamtivo e prestazioni di prevenzione primaria e secondaria nei Consultori familiari delle Unità Sanitarie Locali di quattro regioni italiane" (con D. Francescato, M. Prezza, I. Giammarco); PSICOLOGIA CLINICA, Roma, n.3/1985.

11.    "L'organizzazione competitiva: una strategia per la efficienza nel settore pubblico"; STUDI ORGANIZZATIVI, F. Angeli, Milano, n.4/1986.

12.    "L'analisi organizzativa come strumento di formazione-intervento" (con D. Francescato); Rivista A.I.F. - Associazione Italiana Formatori, Milano, n.6, agosto 1989. Premio per il migliore articolo dell'anno 1989.

13.    "Ipotesi per un'ecologia aziendale"; STUDI ORGANIZZATIVI, F. Angeli, Milano, n.2/1990.

14.    “IL COLLOQUIO IN AZIENDA” (con G. Trentini); QUADERNI DI FORMAZIONE PIRELLI, n.73, Milano, marzo 1991, pp.75.

15.    "Il clima organizzativo aziendale"; SVILUPPO & ORGANIZZAZIONE,    Università Bocconi, Milano, n.127, settembre/ottobre 1991.

16.    Methodologies of organizational change” (con D. Francescato) in “ORGANIZATIONAL CHANGE AND INNOVATION; psychological perspectives and practices in Europe” a cura di D.M. Hosking and N. Anderson; Routledge, Londra, 1992.

17.     AFFETTIVITA' E POTERE NELL'ORGANIZZAZIONE. Le variabili gestionali di tipo sociale”; Etas-libri, Milano, 1993, pp.163.

18.     Il cambiamento attraverso la gestione del clima organizzativo” (con A. Bardelle); 1994.

19.  "La depressione sociale; 2003.

20.  "CONSAPEVOLEZZA E' MEGLIO"; Ed. Kappa; Roma; 2007; pp. 220.

21. "DIALOGO CON FINKIELKRAUT per L'ILLUMINISMO PROSSIMO VENTURO"; pp. 38; 2006.

22. "UN APPROCCIO PERSONALE E INTEGRATO AD UN CASO. Tesi per diploma di counseling"; pp. 43; 2006.

23. "A TU PER TU CON L'EGO. Dialogo con S. Agostino."; pp. 65; 2014.

 

GIORNALISMO PSICO-SOCIALE: elenco degli articoli

a).  La democrazia apparente ed il costo del lavoro”; PROGETTO MANAGER, gennaio 1992;

b).  Lettera aperta a Mortillaro”; PROGETTO MANAGER, aprile-maggio 1992;

c).  Dall’uguaglianza all’equità”; PROGETTO MANAGER, settembre 1992;

d).  Dal potere dell’avere al potere del fare”; PROGETTO MANAGER, marzo-aprile 1993;

e).  Ideologia, capitalismo e cattolicesimo”; PROGETTO MANAGER, dicembre 1993;

f).    Nevrosi organizzative: la ristrutturazione”; SISTEMA PREVIDENZA (mensile I.N.P.S.), n. 140, 1994;

g). L’affettività non è solo un fatto privato”; RISORSE UMANE IN AZIENDA, maggio-giugno 1994.

h). Consapevolezza e Meritocrazia”; www.movimentoperilmerito.it; 2006

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